Vivere, morte compresa

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Vivere morte

“Se la morte non fosse una forma di soluzione, i viventi avrebbero già trovato un modo qualsiasi di aggirarla”. Le parole del filosofo rumeno Emil Cioran, se lette con lo sguardo rivolto al mese della commemorazione dei defunti che oggi inizia, suonano dure ed impietose.

In realtà, esse celano una provocazione che invita alla riflessione. Soprattutto, a guardar oltre la tomba, specie in una società orgogliosamente tecnologica in cui la morte, al pari della sofferenza e del dolore, non è accettata. La si occulta in ogni modo: con l’eutanasia, eliminando direttamente il soggetto o inseguendo la possibilità di vivere cent’anni e più, per continuare ad allontanare l’appuntamento.

E quando si pensa ad essa, un fremito gelido corre lungo la schiena: il pensiero di una realtà naturale quale il morire sconvolge e disturba il quieto vivere, tanto è vero che si fa di tutto per cacciare dalla mente una meta alla quale tutti siamo votati e che, probabilmente, non è mai davvero così remota come si vorrebbe e come a volte ci si illude che sia.

Rimuovendo questa cruda quanto banale verità, si condanna all’oblio anche la memoria, quella forza vitale e creatrice che tra l’altro è pure alla base della fede. Un rifiuto al ricordo che prosciuga il passato, sorgente che alimenta il fiume del presente e spinge verso il future: così facendo, ci si condanna inevitabilmente a giornate prive di senso, quasi a render vero quanto scriveva il poeta Thomas Stearns Eliot: “Nascita e copula e morte, tutto qui, tutto qui, e se tiri le somme è tutto qui”.

È evidente, al contrario, la necessità di ritrovare la pienezza vera dell’oggi per avere un domani di luce. Oltre la vita terrena, infatti, c’è l’istante eterno e infinito in cui la creazione è accolta e trasfigurata, giudicata e salvata, purificata e liberata. È ciò che con linguaggio poetico e simbolico descrive la Seconda Lettera di Pietro: “Attendiamo e affrettiamo la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli si dissolveranno e gli elementi incendiati si fonderanno”.

Un brano di taglio apocalittico, ma che nella quotidianità trova pratica concretizzazione: ripensando ai nostri cari, sulla cui tomba ci accingiamo a deporre un fiore, riaffiorano i pensieri e gli affetti dei tempi lontani, e nel silenzio si interroga se stessi sul senso che abbia una vita priva di quegli affetti perduti.

Un po’ quel che capita quando si assiste a tragedie, piccole o grandi, vicine o lontane che siano: ci si indigna, ci si addolora, ci si impegna a cambiare. Per poi ricadere negli errori di sempre. In quei momenti succede qualcosa di semplice, sebbene importante: ci si rende conto dell’effettiva importanza della libertà. Si comprende come essa, quando autentica e genuina, offra una scala diversa di valori, capace di liberare da paure inutili e meschinità, fortificando nell’agire in modo giusto, degno e pieno.

Vivere degnamente in terra, facendo tesoro dell’esperienza di chi ci ha preceduti per non disperderne nel tempo l’esempio: è la strada che, attraverso i ponti del cielo, conduce all’altra riva dell’esistenza, alle praterie del sole: lì Dio attende, pronto ad accogliere nel suo infinito e nella sua eternità.

(da www.zenit.org – articolo di monsignor Vincenzo Bertolone)