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“Verso una nuova unità”, l’incontro tra il Papa e l’arcivescovo di Canterbury

Scritto da il 5 Ottobre 2016

Dopo mezzo secolo dall’incontro tra l’allora arcivescovo di Canterbury Michale Ramsey e il Papa Paolo VI, e dopo un dialogo sereno coltivato negli anni, Papa Francesco e l’arcivescovo Justin Welby hanno rivissuto questo evento a san Gregorio al Celio celebrando insieme dei sontuosi Vespri nella stessa Chiesa dove 1400 anni fa Papa Gregorio inviò Sant’Agostino di Canterbury e i suoi monaci alle genti anglosassoni.

Letta e firmata durante la liturgia anche una Dichiarazione comune in cui il Papa e l’arcivescovo consegnano un preciso mandato ecumenico, rivolto soprattutto ai 36 vescovi cattolici e anglicani dell’Iarccum inviati a due a due per eseguire la chiamata del Papa a camminare insieme come un’unica entità.

Un invito ripreso dal Pontefice anche nella sua omelia in cui esorta ad essere “promotori di un ecumenismo audace e reale, sempre in cammino nella ricerca di aprire nuovi sentieri” di cui beneficeranno in primo luogo le Province e le Conferenze Episcopali.

L’esempio emblematico è quanto accadde a Edimburgo, con la Conferenza delle società missionarie che diede origine al movimento ecumenico: “Fu proprio il fuoco della missione a permettere di iniziare a superare gli steccati e abbattere i recinti che ci isolavano e rendevano impensabile un cammino comune”, rammenta.

Il Papa suggerisce quindi la “metodologia pastorale” da seguire, quella, cioè, del Signore che va in cerca della pecora perduta, riconduce all’ovile la smarrita, fascia la ferita e cura la malata. “Solo così si raduna il popolo disgregato” in quei “giorni nuvolosi e di caligine” di cui parla il profeta Ezechiele, durante i quali “abbiamo perso di vista il fratello che ci stava accanto, siamo diventati incapaci di riconoscerci e di rallegrarci dei nostri rispettivi doni e della grazia ricevuta”.

Attraverso le eloquenti parole del profeta, Dio – sottolinea Francesco – ci rivolge “un messaggio di unità: in quanto Pastore, vuole l’unità nel suo popolo e desidera che soprattutto i Pastori si spendano per questo”.

Vanno quindi scacciate quelle nubi che “si sono addensate, attorno a noi”, “nuvole scure dei dissensi e delle controversie, formatesi spesso per ragioni storiche e culturali e non solo per motivi teologici”. Via pure quella “caligine dell’incomprensione e del sospetto” per lasciare posto alla “solida certezza che Dio ama dimorare tra noi, suo gregge e tesoro prezioso”.

Egli, afferma il Papa, ci incoraggia “a camminare verso una maggiore unità, che può essere raggiunta soltanto con l’aiuto della sua grazia”. “Questo cammino di comunione è il percorso di tutti i cristiani ed è la vostra particolare missione, in quanto Pastori della Commissione internazionale anglicana-cattolica per l’unità e la missione”, evidenzia il Pontefice. “È una grande chiamata quella ad operare come strumenti di comunione sempre e ovunque”, che significa “allo stesso tempo promuovere l’unità della famiglia cristiana e l’unità della famiglia umana”.

Per farlo bisogna offrire “il nostro servizio in maniera congiunta, gli uni a fianco degli altri”, promuovere “l’apertura e l’incontro, vincendo la tentazione delle chiusure e degli isolamenti”, operare “contemporaneamente sia a favore dell’unità dei cristiani sia di quella della famiglia umana”.

“Ci riconosciamo così come fratelli che appartengono a tradizioni diverse, ma sono spinti dallo stesso Vangelo a intraprendere la medesima missione nel mondo”, rimarca il Papa. Che suggerisce due domande, prima di intraprendere qualche attività: “Perché non facciamo questo insieme ai nostri fratelli anglicani? Possiamo testimoniare Gesù agendo insieme ai nostri fratelli cattolici?”.

Sono tanti, infatti, gli “smarriti di oggi” che non conoscono l’amore di Cristo, agnello immolato per il mondo come simboleggiato dal bastone pastorale che Bergoglio ha donato a Welby. Questo è “il vero messaggio innovativo da portare insieme”, dice, “il nostro ministero consiste nell’illuminare le tenebre con questa luce gentile, con la forza inerme dell’amore che vince il peccato e supera la morte”.

“Abbiamo la gioia di riconoscere e celebrare insieme il cuore della fede”, soggiunge il Pontefice. “Ricentriamoci in esso, senza farci distrarre da quanto, invogliandoci a seguire lo spirito del mondo, vorrebbe distoglierci dalla freschezza originaria del Vangelo”. È da lì che “scaturisce la nostra responsabilità comune”, ovvero la missione di aiutare il gregge “perché sia in uscita, in movimento nell’annunciare la gioia del Vangelo; non chiuso in circoli ristretti, in ‘microclimi’ ecclesiali che ci riporterebbero ai giorni di nuvole e caligine”.

(da www.zenit.org – articolo di Salvatore Cernuzio)

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