La nostra vita è un passaggio dalle tenebre alla luce. È importante essere svegli, attenti a ciò che si muove in noi, in modo da favorire ciò che è luminoso.

Dopo aver mosso i primi passi nel nostro cammino, forse ci è un po’ più chiaro perché il discernimento dovrebbe essere una via che porta dalle tenebre alla luce. “Dio è luce e in lui non ci sono tenebre” (1Gv 1, 5), scrive S. Giovanni. Questa luce è il volto del Padre, che è sempre luminoso perché ci ama di un amore fedele, che non viene mai meno: un amore luminoso come l’oro delle icone. Il Padre all’inizio della nostra esistenza ha pronunciato una parola e l’ha soffiata in noi dandoci il suo Spirito. Nel giorno del nostro battesimo questa parola è stata incisa dallo Spirito nel nostro cuore. È una parola che proclama: Tu sei mio figlio, l’amato. Quando il Padre ci guarda, vede in noi il suo Figlio, un po’ come quando noi guardiamo una persona che conosciamo bene e in lei vediamo il suo papà o la sua mamma. Noi siamo figli: questa è la nostra verità più profonda.

La nostra vita allora è un passaggio dalle tenebre alla luce, un lasciare che pian piano il nostro volto e tutta la nostra vita, vissuta in modo filiale, lascino trasparire la luce di Cristo, il Figlio, facciano vedere Lui. Così che qualcuno guardandoci, vedendo i nostri gesti, il nostro modo di pensare, di sentire… possa essere raggiunto da Cristo e in Lui possa incontrare il Padre.

Facciamo un altro passo: nel prologo del suo vangelo Giovanni scrive che nel Verbo “era la vita e la vita era la luce degli uomini” (Gv 1, 4). Però il Vangelo stesso ci mostra che non è così scontato riconoscere questa luce, questa vita, tanto che Cristo “venne tra la sua gente e i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1, 11), perché – dice Giovanni – “gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce” (Gv 3, 19).

Ecco allora il paradosso: noi con il battesimo, da tenebra che eravamo, siamo diventati “luce nel Signore” (Ef 5, 8). Però, dice Paolo, “noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta” (2Cor 4, 7), per cui facilmente questa luce accesa – questa vita filiale – viene oscurata, viene messa sotto il moggio (cf. Mt 5, 15). Vivere da figli, in relazione, vivere da persone, è la luce. Eppure è tanto facile lasciarsi risucchiare nel buco nero della vita da individui, ripiegati su di sé e schiavi di se stessi.

È importante allora essere svegli, attenti a ciò che si muove in noi, in modo da favorire ciò che è luminoso, vitale e da smascherare ciò che “si traveste da angelo di luce”, come diceva S. Ignazio, e che lavora in noi nel segreto per spegnere la luce, per chiuderci alla relazione.

In questo senso i Padri dicevano che il discernimento è la capacità di vagliare ogni cosa per riconoscere, attraverso una sorta di “fiuto spirituale” infallibile, ciò che è buono (cf. 1Ts 5, 21). Esattamente come siamo capaci, quando siamo in buona salute, di distinguere un cibo buono da uno cattivo.

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