Vecchie e nuove povertà. Uno sguardo su Roma.

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Vecchie e nuove povertà. Migranti e solitudine: l’importanza di creare ponti per raggiungere ed immergersi negli occhi della Roma che grida aiuto.

Gli ultimi due temi di riflessione, che approfondiamo con voi ad InformAc per quest’anno, sono: “Roma e mondialità”“Vecchie e nuove povertà”. Ne parliamo con Donatella Parisi e Paola Springhetti.

“Mondialità”, “interculturalità” e “confronto religioso” sembrano parole di altri tempi. Ne parliamo con Donatella Parisi, responsabile della comunicazione del Centro Astalli, centro dei gesuiti da tempo impegnato per l’accoglienza dei rifugiati. Si tratta di parole alla deriva o c’è una speranza di poterne recuperare il valore?

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Donatella Parisi

 «Io ritengo che ci sia una speranza, e noi la viviamo quotidianamente al Centro Astalli. Questa speranza per una “mondialità”, “interculturalità” e un “confronto religioso” noi la viviamo in tante città italiane, a partire dai progetti nelle scuole, ad esempio. Ogni anno il Centro Astalli incontra 20000 studenti che hanno l’opportunità di scoprire queste “parole”, incontrando rifugiati e testimoni di altre religioni che raccontano la loro esperienza di vita. Creiamo dei ponti grazie agli insegnanti motivati, agli studenti, ai giovani, che sono curiosi, aperti, che hanno voglia di capire la storia dell’altro e vivere opportunità di scambio ed arricchimento reciproco.

Questa esperienza, che non trova spazio nelle prime pagine dei giornali, in cui si parla di migrazione in termini di paura, razzismo e problemi, in realtà è radicata in tanti territori. Siamo convinti che queste parole siano attuali e importanti, ed occorre lavorare per renderle sempre più presenti nella società. Proprio per questo, all’interno del progetto I get you (“ti capisco, so che stai provando”), in 9 Paesi europei abbiamo mappato oltre 600 esperienze di progetti in comune tra rifugiati e cittadini: solo in Italia oltre 100. Progetti che raccontano di un’Italia, e di un’Europa, che accoglie, integra, e lo fa tutti i giorni nel silenzio e nella quotidianità. C’è tanta gente che accoglie in casa in rifugiati, che prega, che lavora con loro…».

Ascolta l’intera puntata di InformAC andata in onda giovedì 6 giugno.

In vista del 20 giugno, Giornata mondiale del rifugiato, voi avete pubblicato un rapporto sulla situazione dei rifugiati. Cosa ne è emerso?

«Il rapporto ci dice che l’Italia è un Paese che ha dei punti di forza nell’accoglienza dei rifugiati: come il sistema di accoglienza SPRAR, ovvero il Sistema di protezione dei richiedenti asilo e dei rifugiati gestito dal Ministero dell’Interno, che prevede un’accoglienza diffusa per pochi rifugiati in ogni comune. Il problema è che, alla rete SPRAR, i comuni aderiscono volontariamente, ed il numero dei comuni che aderiscono è ancora molto basso (1000 su 8000). Ma se questa rete venisse potenziata, e l’adesione fosse più alta, certamente l’accoglienza verrebbe gestita meglio.

L’altro tema che emerge chiaramente è quello della necessità di avviare percorsi di integrazione per i rifugiati, non tanto il primo arrivo quanto tutto ciò che accade dopo: la ricerca di un lavoro, di un alloggio, il reinvestimento di persone con competenze  professionali alte all’interno della società. Tutto ciò che è “integrazione” è un tema da esplorare, un tema che deve essere programmato dal governo e sul quale noi stiamo lavorando, cimentandoci in progetti sperimentali e percorsi di integrazione. Il Centro Astalli si è espresso in maniera allarmata sulle condizioni dei migranti il Libia: il nostro rapporto evidenzia che i rifugiati che abbiamo assistito in un anno hanno subito torture nelle carceri libiche. Questo è un problema che emerge dall’incontro con i rifugiati: ne portano i segni, i danni psicologici da cui dovrebbero riuscire a rialzarsi e rielaborare. Non è facile, è un lavoro importante ed impegnativo: l’accordo con la Libia rimane un tasto dolente».

Paola Springhetti è direttore della rivista online «Reti solidali», del Centro Servizi per il Volontariato del Lazio (CESV). In cosa consistono le vecchie e le nuove povertà e quali sono le differenze? 

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Paola Springhetti

«Le nuove povertà non sono tanto legate alla mancanza di risorse economiche, o talvolta si sommano a questa condizione. Penso agli anziani che invecchiano soli, magari hanno una casa e una pensione ma nessuno che si occupi di loro. Oppure alla povertà educativa: gli adolescenti e i bambini che non ricevono stimoli, valori e cultura da piccoli, e quindi poi entrano svantaggiati nel mondo della scuola e nella società.

Le società di volontariato hanno molta fantasia, per sconfiggere queste solitudini lavorano fondamentalmente su due cose: in primo luogo sulla ricostruzione delle relazioni, e quindi nel portare gli anziani fuori di casa, reinserirli nei circuiti. Questo vale anche per le povertà più tradizionali, come quella dell’immigrato che ha voglia di lavorare, di fare, ma non conosce la lingua, e alla fine ha bisogno di entrare in contatto con gli italiani. Costruire relazioni è fondamentale per tutti: per le famiglie, gli anziani, gli immigrati. L’altro impegno è quello di cercare di valorizzare le potenzialità che ognuno ha: con laboratori, attività artistico-ricreative, passeggiate nella natura o alla riscoperta di Roma. Si tratta di tutti modi per guardarsi intorno e ritrovare la propria creatività. Questo aiuta le persone a reagire, le rende protagoniste del loro percorso di uscita dalle povertà».