Tra genitori e figli, la sfida della comunicazione

A chiunque voglia comunicare la fede in famiglia corrono in aiuto tre parole: permesso, scusa, grazie. Parole suggerite spesso da Papa Francesco, che possono favorire l’insorgere nei giovani di un atteggiamento religioso verso la vita. Questa è la “ricetta” seguita e proposta da Aldo Maria Valli, vaticanista Rai, che domenica 19 aprile è intervenuto insieme alla moglie Serena Cammelli, portando la loro testimonianza di genitori di sei figli, all’incontro dedicato al tema “Comunicare la fede in famiglia”. L’appuntamento, organizzato al quartiere Torrino, presso l’auditorium delle Francescane missionarie del Cuore Immacolato di Maria, dall’emittente radiofonica Radiopiù in collaborazione con il Centro Culturale San Paolo, intendeva “preparare” la 49ma Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali in programma il prossimo 17 maggio. Al centro dell’incontro, moderato dalla giornalista Francesca Baldini, una doppia difficoltà: «È difficile comunicare la fede in famiglia, ma è difficile, in genere, comunicare in famiglia. Come può aiutarci la Chiesa?», ha domandato in avvio di discussione don Francesco Indelicato, direttore di Radiopiù.

«La parola “grazie” – ha proseguito il giornalista del Tg1 – esprime un atteggiamento di gratitudine, verso la vita e gli altri. Questa è già una porta spalancata verso l’esperienza religiosa. Ti abitua a non avere un atteggiamento rivendicativo verso la vita e a non mettere il tuo ego al centro di tutto. La seconda parola è “scusa”: chiedere perdono è indice di una persona che non si mette al centro ma si rende conto del limite e della relazione con l’altro. Ti apre alla vita come relazione. La famiglia è il luogo dove tutto questo viene appreso, con l’esperienza di tutti i giorni non attraverso una lezione. Infine, la parola “permesso” che abitua a non essere rivendicativi, a non mettersi al centro».

I genitori, secondo Valli, devono accettare il senso dei propri limiti e convincersi che l’imposizione non è un metodo efficace di trasmissione della fede. «Non abbiamo mai fatto comunicazione della fede in famiglia – ha proseguito -, dove non c’è spazio per l’”ora di catechismo”. Però si può contribuire a formare un tipo di atteggiamento religioso verso la vita. Noi genitori dobbiamo però essere disponibili ad accettare la “sconfitta educativa”: ciò che abbiamo comunicato può non essere accolto o interiorizzato. Questo ci aiuta a non considerare i figli nostra proprietà. L’esperienza dell’essere respinti aiuta a considerare che non tutto dipende da noi».

Secondo Serena Cammelli, moglie di Aldo Maria Valli e catechista dei ragazzi di prima Comunione, in famiglia ci si deve ritagliare uno spazio «per le cose da dire, non solo per quelle da fare. I miei figli insegnano a me ad essere figlia, soprattutto rispetto a Dio. Non devo essere un genitore perfetto. Devo prendere tempo affinché qualcuno possa agire al posto mio: Qualcuno che sa scrivere dritto sulle righe storte».

Il dialogo in famiglia non è facile perché si confrontano generazioni diverse con competenze comunicative diverse, ha sottolineato Tonino Cantelmi, psichiatra e docente alla Sapienza e alla Pontificia Università Gregoriana, oltre che diacono permanente, padre di cinque figli, anche lui tra i relatori dell’incontro. «Dai dieci anni in poi i bambini smettono di chiedere informazioni ai genitori ma chiedono a “Google”. Questo è epocale. L’adulto diventa inutile. I ragazzi trovano un tutorial per quasi ogni cosa che vogliano fare o sapere. Come fanno “immigrati digitali” ad insegnare qualcosa ai “nativi digitali”? Tutto è velocissimo e noi genitori siamo troppo lenti». Facebook inoltre ha modificato il concetto di amicizia. «Con Facebook l’amicizia non è più un conoscersi ma una condivisione digitalmente gestita. Questo porta i nostri figli a riconsiderare chi sono i loro amici: spettatori interattivi della rappresentazione della loro vita. Per loro il successo non sono i soldi ma la popolarità. Il loro dramma è il non essere popolare». Da questa analisi consegue, secondo Cantelmi, il compito dei genitori che è di «salvare il bisogno dell’uomo di un incontro autentico».

Il metodo per insegnare tutto questo non può che essere la libertà, ha spiegato monsignor Andrea Lonardo, direttore dell’Ufficio catechistico della diocesi di Roma: «I bambini hanno bisogno di cose grandi. La libertà dipende da ciò che proponiamo. Se proponi qualcosa di bello a tuo figlio, tuo figlio diventa libero di amarla. La proposta viene prima della risposta. Perché, per esempio, proporre il battesimo a mio figlio? Perché io devo dare il meglio a mio figlio, poi lui deciderà cosa fare, forse diventerà ateo, ma io intanto devo dargli il meglio che ho. A sua volta, poi, la libertà esiste per essere donata, per diventare a sua volta proposta e dono».

(da www.romasette.it – Articolo di Daniele Piccini)

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