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San Giovanni: quattro ragioni (non scontate) di un successo

Tutto sembrava congiurare per un flop. Si era detto che 18 giorni di organizzazione e promozione erano troppo pochi. Che senza appoggi politici e soprattutto ecclesiastici, la partecipazione sarebbe stata quantomeno modesta. Meno che mai si sarebbero raggiunti gli straordinari numeri del Family Day del maggio 2007. Come se non bastasse il meteo annunciava pioggia (e pioggia è stata).

Previsioni smentite nel modo più clamoroso. Con il suo milione abbondante di partecipanti, la manifestazione promossa dal comitato Difendiamo i nostri figli ha eguagliato – probabilmente anche superato – i risultati dell’evento di otto anni prima, celebratosi anch’esso in piazza San Giovanni a Roma.

Ciò forse potrebbe non impedire l’approvazione in parlamento dei ddl Cirinnà, Fedeli e Scalfarotto ma indubbiamente è stato gettato un piccolo seme che un domani potrà generare una rigogliosa foresta e cambiare il futuro del paese.

Le famiglie scese in piazza ieri pomeriggio sono l’espressione di un’Italia che, tacciata per “retrogada”, “bigotta”, “fascista” e nemica del cambiamento, ha manifestato, al contrario, tutto il suo amore per il vero progresso: la tutela dei più piccoli.

I figli hanno diritto a una mamma e un papà, non si comprano né si vendono, ed è disumano che, in nome del pur legittimo desiderio di un figlio, una donna possa essere sfruttata o ridotta in schiavitù, affinché il suo utero custodisca un figlio che biologicamente è suo ma che, alla nascita le sarà portato via.

Quali sono, tuttavia, le ragioni di un successo così inaspettato? In primo luogo si è trattato di una manifestazione inclusiva, apolitica e aconfessionale, e ciò – in un momento di grave crisi di credibilità dei partiti e della classe politica – ha rivelato un effetto aggregante.

Non solo a piazza San Giovanni sono giunti rappresentanti degli ortodossi, dei musulmani e dei sikh (erano assenti degli ebrei per rispetto alla festività del sabato ma vi sono state espressioni di appoggio all’evento da parte del rabbinato di Roma) ma la stessa massiccia presenza di cattolici ha dimostrato come, sulla scia degli input di papa Francesco, i frequentatori delle parrocchie e dei movimenti, sappiano mobilitarsi anche senza il nulla osta del “vescovo-pilota”. Emerge così un laicato maturo che, sulla scia dei principi del Concilio Vaticano II sa agire in autonomia, andando comunque sempre nella direzione indicata dall’episcopato e, soprattutto, del Santo Padre.

Altro elemento che ha giovato al buon esito della manifestazione è stata l’unità e la compattezza tra le realtà associative, le quali, evitando ogni protagonismo e ogni tentazione egemone, hanno saputo collaborare costruttivamente tra di loro, come dimostra lo straordinario zelo dei tanti giovani volontari coinvolti. Gli organizzatori sono stati anche accorti nell’escludere i gruppi più estremisti e polemici, alcuni dei quali, peraltro  avevano espressamente criticato l’evento per la presunta linea di “compromesso” con i poteri forti.

Un terzo punto di forza è stato il carisma trascinante della maggior parte dei leader ‘pro-family’: la simpatia e l’ironia di Costanza Miriano, giornalista e scrittrice amatissima in particolare dalle mamme d’Italia; la grinta e l’acume di Mario Adinolfi, direttore della Croce ed autore di Voglio la mamma, il pamphlet che ha dato “scandalo” nella sinistra italiana; la competenza tecnica di giuristi come Simone Pillon e Gianfranco Amato o di psicologi come Marco Scicchitano e Massimo Gandolfini, quest’ultimo diventato presidente del Comitato Difendiamo i nostri figli.

Personaggi che il “popolo della famiglia” ha imparato a conoscere da vicino negli ultimi due anni, nel corso di tanti incontri in scuole, parrocchie e associazioni in giro per l’Italia, per illustrare i pericoli rappresentati dalla teoria del gender e dalle nuove legislazioni liberticide. Con ognuno di questi nuovi leader d’opinione, le mamme e i papà italiani hanno intrecciato un rapporto di fiducia, di amicizia e di reciproca disponibilità: un elemento di non poco conto in un’epoca in cui le élite (in particolare in ambito politico) sono più che mai percepite lontane dal sentire della gente comune.

Un quarto – ma non meno determinante – fattore è stato il grande tam tam favorito dai social network e dai gruppi di discussione: migliaia di famiglie italiane (con un grande sforzo in particolare da parte delle mamme), a partire dai primi segnali di dibattito in merito ai disegni di legge sull’omofobia, hanno iniziato a parlarsi e confrontarsi, intrecciando amicizie capaci di andare al di là del “virtuale” e misurandosi con obiettivi tanto ambiziosi quanto concreti.

Grazie al web, migliaia di famiglie si sono scoperte solidali tra loro, smentendo così lo stereotipo tutto italiano e radical chic della famiglia come luogo autoreferenziale ed isolato dal mondo. È così che piazza San Giovanni ha messo in luce – semmai ce ne fosse bisogno – la capacità delle famiglie di fare società e di strutturarsi come cellula essenziale di ogni comunità locale, nazionale e internazionale, nonché come unica istituzione in grado di garantire un futuro all’umanità.

(da www.zenit.org – articolo di Luca Marcolivio)

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