lunedì , 20 novembre 2017
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Quando la Misericordia trasforma il misero in misericordioso

In questo Anno Santo della Misericordia una particolare attenzione è stata prestata al Santo d’Assisi e ciò non meraviglia sia perché il Papa porta il nome pontificio dell’Assisiate ma anche a motivo del famoso episodio che lo vuole baciare un lebbroso. Inoltre gli studi recenti hanno fatto emergere sempre più che determinante nel suo cambiamento di vita fu proprio la misericordia esercitata verso i lebbrosi (cfr. P. Martinelli, Francesco d’Assisi e la misericordia, Bologna 2015) più che la povertà. In quest’anno non senza ragione si è affermato che sarebbe bene tralasciare la tradizionale denominazione “il Poverello” per sostituirla più adeguatamente con “il Misericordioso”.

Tra i testi di Francesco d’Assisi inerenti la misericordia, oltre all’inizio del Testamento in cui si può leggere l’autoconsapevolezza che egli ebbe pochi mesi prima di morire dell’aspetto determinante del cambiamento di vita – ossia fare misericordia con i lebbrosi –, eccelle la cosiddetta Lettera ad un ministro. Infatti in tale scritto l’Assisiate rispondendo ad uno che aveva l’incarico di prendersi cura dei confratelli ma che davanti alle molteplici difficoltà desiderava ritirarsi in un eremo afferma la priorità della misericordia:

«A frate N… ministro. Il Signore ti benedica! Io ti dico, come posso, per quello che riguarda la tua anima, che quelle cose che ti impediscono di amare il Signore Iddio, e ogni persona che ti sarà di ostacolo, siano frati o altri, anche se ti percuotessero, tutto questo devi ritenere come una grazia. E così tu devi volere e non diversamente. E questo tieni per te in conto di vera obbedienza [da parte] del Signore Iddio e mia, perché io so con certezza che questa è vera obbedienza. E ama coloro che ti fanno queste cose. E non aspettarti da loro altro, se non ciò che il Signore ti darà .

E in questo amali e non pretendere che siano cristiani migliori. E questo sia per te più che il romitorio. E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore e ami me servo suo e tuo, se farai questo, e cioè: che non ci sia mai alcun frate al mondo, che abbia peccato quanto poteva peccare, il quale, dopo aver visto i tuoi occhi, se ne torni via senza il tuo perdono misericordioso, se egli lo chiede; e se non chiedesse misericordia, chiedi tu a lui se vuole misericordia. E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attirarlo al Signore; e abbi sempre misericordia di tali fratelli. E notifica ai guardiani, quando potrai, che da parte tua sei deciso a fare così».

Come in altri casi nelle parole di frate Francesco traspare il suo vissuto tanto che giunge ad affermare che lui sa «con certezza che questa è vera obbedienza», quasi nel senso che per esperienza conosce che le cose stanno proprio come le descrive. Infatti anche lui fu ministro e precisamente generale dell’Ordine minoritico fino alla morte: lo stesso papa Onorio III lo riconosce come tale indirizzandogli la bolla Solet annuere con cui il 29 novembre 1223 confermò la regola dei frati Minori e alla sua morte fu eletto un nuovo ministro generale, ossia frate Giovanni Parenti, come prescritto.

Frate Francesco esercitò l’ufficio di ministro generale non senza difficoltà e visse negli ultimi anni motivi di contrasto con i frati come narra ad esempio il testo Della vera letizia in cui è palese il confronto tra l’Assiate e i frati Minori che ormai sono «tanti e tali» per cui lo ritengono ormai inadeguato a guidarli essendo «semplice ed idiota». In tale situazione di confronto e scontro – causa di diffidenza – per sfuggire la vista dei frati era propenso a dimorare più a lungo negli eremi come avvenne da agosto a settembre 1224 a la Verna. Ciò in fondo era una cosa peraltro desiderata anche da diversi frati acculturati e sapienti che ormai lo ritenevano inadatto a reggere l’Ordine minoritico.

Nella suddetta lettera Francesco esorta l’anonimo ministro ad amare i fratelli senza pretesa perché quest’ultima diventerebbe l’atteggiamento peccaminoso di colui che s’impossessa di loro personalmente e comunitariamente. E continuando scrive che ciò è più che il romitorio agognato dal frate; infatti è quel “fare misericordia” – di reminiscenza evangelica ma anche dai testi di sant’Agostino – che, secondo quanto narra nel Testamento, trasforma l’amaro in dolcezza. In sintesi si può affermare che Francesco non fa altro che riproporre al ministro rattristato dalla situazione venutasi a creare con i frati a lui affidati  ciò che lui stesso visse e descrive nel brano Della vera letizia.

Gli occhi misericordiosi sono capaci di quell’alchimia per cui l’amarezza diventa dolcezza e guarigione per colui che li incontra. E se prima gli scrisse di non pretendere che diventino cristiani migliori ora gli dice di attirali al Signore proprio attraverso la misericordia.

E al termine gli scrive di far sapere ai guardiani di questo atteggiamento ossia della decisione da lui presa di abbandonare l’idea di ritirarsi in un eremo lontano dai frati ritenuti fino a quel momento impedimento ad amare il Signore con maggior perfezione. Ma questa indicazione data all’anonimo ministro fu la medesima decisione che prese l’Assisiate allorquando scrive nel Testamento di voler ubbidire; e questo non solo nei confronti dei ministri e di tutti i frati ma anche dei sacerdoti poverelli verso i quali non vuole abbandonare tale atteggiamento neppure se fosse da loro perseguitato.

(da www.zenit.org – articolo di Pietro Messa)

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