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Il Papa ai sacerdoti: “Pronti a sporcarvi le mani”

Scritto da il 3 Giugno 2016

Un uomo che cerca, include e gioisce. Che si dona al proprio gregge, “con tutto sé stesso” non al 50 o al 60% perché è pastore, non “ispettore” né “ragioniere dello spirito”. È un “Ministro della comunione” che celebra e vive, che “non si aspetta i saluti e i complimenti degli altri, ma per primo offre la mano, rigettando pettegolezzi, giudizi e veleni”. Un padre, che “con pazienza” ascolta i problemi della gente, perdona, “non sgrida chi lascia o smarrisce la strada”, ma anzi è “inquieto” finché non ritrova quella pecora smarrita che ricerca fuori degli orari di lavoro e “senza farsi spaventare dai rischi”.

Non è un ideale ma una prospettiva concreta quella che Francesco offre oggi agli oltre 6mila sacerdoti e seminaristi riuniti sul sagrato della Basilica di San Pietro, durante la Messa che conclude il Giubileo a loro dedicato. Pennellate decise con cui il Papa tratteggia la figura del vero pastore puntando al cuore, ovvero “all’interiorità, alle radici più robuste della vita, al nucleo degli affetti, in una parola, al centro della persona”.

La riflessione del Pontefice si sviluppa, infatti, a partire da un quesito: “Dove è orientato il mio cuore?”. Un “interrogativo fondamentale della nostra vita sacerdotale”, dice; “una domanda – aggiunge a braccio – che noi sacerdoti dobbiamo farci tante volte, ogni giorno, ogni settimana”. 

Perché “il ministero è spesso pieno di molteplici iniziative, che lo espongono su tanti fronti”: “Dalla catechesi alla liturgia, alla carità, agli impegni pastorali e anche amministrativi”. E in mezzo a tante attività si rischia di perdere la bussola e di non capire più dove sia “fisso” il proprio cuore e quale “tesoro” esso cerchi.

Bergoglio invita pertanto i sacerdoti a guardarsi dentro, andando “a fondo”, “dove è la radice dei nostri peccati, dove è quel tesoro che ci allontana dal Signore”. “Il cuore del sacerdote – sottolinea il Santo Padre – è un cuore trafitto dall’amore del Signore; per questo egli non guarda più a sé stesso, ma è rivolto a Dio e ai fratelli”. “Non è più ‘un cuore ballerino’, che si lascia attrarre dalla suggestione del momento o che va di qua e di là in cerca di consensi e piccole soddisfazioni; è invece un cuore saldo nel Signore, avvinto dallo Spirito Santo, aperto e disponibile ai fratelli”.

Ma questo cuore va ‘allenato’ attraverso tre azioni, dice il Papa, perché possa “ardere della carità di Gesù Buon Pastore”: cercare, includere e gioire.

Cercare, come Dio stesso che – spiega il profeta Ezechiele – cerca le sue pecore, “va in cerca di quella perduta”, “senza farsi spaventare dai rischi; senza remore si avventura fuori dei luoghi del pascolo e fuori degli orari di lavoro. E non si fa pagare gli straordinari”. Egli, osserva Francesco, “non rimanda la ricerca, non pensa ‘oggi ho già fatto il mio dovere, me ne occuperò domani’, ma si mette subito all’opera; il suo cuore è inquieto finché non ritrova quell’unica pecora smarrita. Trovatala, dimentica la fatica e se la carica sulle spalle tutto contento. Una volta deve uscire a cercarla, a parlare, persuadere; altre volte deve rimanere davanti al tabernacolo, lottando con il Signore per quella pecora”.

Il suo è, dunque, “un cuore che non privatizza i tempi e gli spazi”. “Guai ai pastori che privatizzano”, ammonisce il Pontefice. “Non è geloso della sua legittima tranquillità, e mai pretende di non essere disturbato. Il pastore secondo il cuore di Dio non difende le proprie comodità, non è preoccupato di tutelare il proprio buon nome, anzi, come Gesù, senza temere le critiche, è disposto a rischiare pur di imitare il suo Signore”.

Questo perché ha “il cuore libero per lasciare le sue cose”; “non vive – sottolinea Francesco – rendicontando quello che ha e le ore di servizio: non è un ragioniere dello spirito, ma un buon Samaritano in cerca di chi ha bisogno”. “Andando in cerca trova, e trova perché rischia, non si ferma dopo le delusioni e nelle fatiche non si arrende”; è “ostinato nel bene”, unto della “divina ostinazione” che nessuno si smarrisca. Per questo “non solo tiene aperte le porte, ma esce in cerca di chi per la porta non vuole più entrare”.

In questo senso egli è un pastore include. Come Cristo, “ama e conosce le sue pecore, per loro dà la vita e nessuna gli è estranea. Il suo gregge è la sua famiglia e la sua vita. Non è un capo temuto dalle pecore, ma il Pastore che cammina con loro e le chiama per nome”.   Il sacerdote di Cristo, continua il Papa, “è unto per il popolo, non per scegliere i propri progetti, ma per essere vicino alla gente concreta che Dio, per mezzo della Chiesa, gli ha affidato. Nessuno è escluso dal suo cuore, dalla sua preghiera e dal suo sorriso”. “Con sguardo amorevole e cuore di padre accoglie, include e, quando deve correggere, è sempre per avvicinare; nessuno disprezza, ma per tutti è pronto a sporcarsi le mani”.

Egli “non si aspetta i saluti e i complimenti degli altri, ma per primo offre la mano, rigettando i pettegolezzi, i giudizi e i veleni. Con pazienza ascolta i problemi e accompagna i passi delle persone, elargendo il perdono divino con generosa compassione. Non sgrida chi lascia o smarrisce la strada, ma è sempre pronto a reinserire e a ricomporre le liti”.

È un pastore che gioisce di una gioia che “nasce dal perdono, dalla vita che risorge, dal figlio che respira di nuovo l’aria di casa”. Una gioia che non è per sé ma “per gli altri e con gli altri”. La gioia vera dell’amore e della misericordia che “gratuitamente dona”. “La tristezza per lui non è normale, ma solo passeggera; la durezza gli è estranea, perché è pastore secondo il Cuore mite di Dio”,  sottolinea il Santo Padre. E conclude con un grazie: “per il vostro ‘sì’ a donare la vita uniti a Gesù” e “per i tanti ‘sì’ nascosti di tutti i giorni che solo il Signore conosce”. 

(da www.zenit.org – articolo di Salvatore Cernuzio)

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