Il Papa ai neocatecumenali: “Siete un grande dono”

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Ogni anno in Aula Paolo VI si rivive lo stesso, suggestivo, scenario: le comunità neocatecumenali occupano quasi tutti i posti della grande sala Nervi per incontrare Papa Francesco. Ci sono mamme, papà, sacerdoti, itineranti e soprattuto bambini, di tutte le età. Francesco li saluta e li abbraccia tutti; poi, a sorpresa, prende per mano quattro di loro, elegantemente vestiti con giacca e cravattino,  e li fa accomodare accanto a lui per tutta l’udienza.

Intanto, tra gli applausi e i consueti cori di “W il Papa”, e i sorrisi compiaciuti dei numerosi vescovi e cardinali presenti, l’iniziatore Kiko Argüello intona canti alla chitarra dedicati alla Vergine Maria. Su un cartellone sono segnate le destinazioni dove verranno inviate le 57 nuove missio ad gentes, composte da circa 270 famiglie che, su richiesta dei vescovi, hanno lasciato beni e affetti per annunciare il Vangelo nelle zone d’Europa e del mondo secolarizzate.

Da Sydney ad Addis Abeba, dal Perù al Vietnam, dalla Spagna al Sudafrica, dalla Gran Bretagna alla Cambogia. Tutte zone che – dice Kiko – “stanno passando un momento difficile”, rasentando “l’apostasia” con attacchi alla famiglia e alla vita.

Il Papa dà la sua benedizione a queste famiglie missionarie e, inviandole, rassicura: “Vi accompagno e vi incoraggio”. Esorta quindi a vivere con “l’unità e la semplicità”, perché è già questo “un annuncio di vita, una bella testimonianza, di cui vi ringrazio tanto”. “Avete accolto la chiamata ad evangelizzare”, dice Francesco, “benedico il Signore per questo, per il dono del Cammino e per il dono di ciascuno di voi”.

Come un pastore che ha cura delle sue pecore, vuole però mettere in guardia da tre tentazioni che il Vangelo stesso identifica. Una sorta di “mandato” per vivere appieno “la missione”.

Anzitutto “unità”, ricordando la preghiera di Cristo al Padre prima della Passione perché “i suoi siano ‘perfetti nell’unità’” e tutti “siano tra loro ‘una sola cosa’”. Quindi che “ci sia comunione nella Chiesa”, perché essa – afferma il Pontefice – “è essenziale”.  Tanto che “il nemico di Dio e dell’uomo, il diavolo” prova a minarla, provocando “la presunzione, il giudizio sugli altri, le chiusure, le divisioni”. “Lui stesso – ammonisce Bergoglio – è ‘il divisore’ e comincia spesso col farci credere che siamo buoni, magari migliori degli altri: così ha il terreno pronto per seminare zizzania”. Il diavolo, però, “non può nulla contro il Vangelo, contro l’umile forza della preghiera e dei Sacramenti”; eppure “può fare molto male alla Chiesa tentando la nostra umanità”. E questa tentazione “si può insinuare anche nei carismi più belli”.

E il Cammino Neocatecumenale, in questi circa 50 anni di vita, annota il Pontefice, si è rivelato “un grande carisma per il rinnovamento battesimale della vita”, come ogni carisma una “grazia di Dio” per “accrescere la comunione”. Ma anche il carisma – avverte – “può deteriorarsi quando ci si chiude o ci si vanta, quando ci si vuole distinguere dagli altri”.

Bisogna allora custodire il carisma. Come? “Seguendo la via maestra: l’unità umile e obbediente. Se c’è questa – rassicura il Papa – lo Spirito Santo continua a operare, come ha fatto in Maria, aperta, umile e obbediente”. È necessario, perciò, “vigilare”, “purificando gli eventuali eccessi umani mediante la ricerca dell’unità con tutti e l’obbedienza alla Chiesa”. Quella che Sant’Ignazio di Loyola, chiamava la “Santa Madre Chiesa Gerarchica”, in modo da esserne “figli docili” con “l’animo apparecchiato e pronto per la missione”.

“La Chiesa è la nostra Madre”, ribadisce il Santo Padre, e noi come figli portiamo “impressa nel volto la somiglianza” con Ella; a cominciare dal Battesimo, non vivendo più “come individui isolati”, ma come “uomini e donne di comunione, chiamati ad essere operatori di comunione nel mondo”.

“Gesù – sottolinea Francesco – non solo ha fondato la Chiesa per noi, ma ha fondato noi come Chiesa. La Chiesa non è uno strumento per noi, noi siamo strumento della Chiesa. Da lei siamo rinati, da lei veniamo nutriti con il Pane di vita, da lei riceviamo parole di vita, siamo perdonati e accompagnati a casa”. Ed è questa “la fecondità della Chiesa”, che non è “una organizzazione che cerca adepti, o un gruppo che va avanti seguendo la logica delle sue idee, ma una Madre che trasmette la vita ricevuta da Gesù”.

Questa fecondità, prosegue Papa Francesco, “si esprime attraverso il ministero e la guida dei Pastori. Anche l’istituzione è infatti un carisma, perché affonda le radici nella stessa sorgente, che è lo Spirito Santo. Lui è l’acqua viva, ma l’acqua può continuare a dare vita solo se la pianta viene ben curata e potata”. L’invito è quindi a dissetarsi “alla fonte dell’amore, lo Spirito”, e prendersi cura, “con delicatezza e rispetto, dell’intero organismo ecclesiale, specialmente delle parti più fragili, perché cresca tutto insieme, armonioso e fecondo”.

In quest’ottica, si inserisce la seconda parola che il Papa consegna alle comunità neocatecumenali: “Gloria”. Quella che appare sulla croce di Cristo che è “amore”, che “lì risplende e si diffonde”. “Una gloria nuova”, dunque, ben diversa da quella “mondana” che – sottolinea Bergoglio – “si manifesta quando si è importanti, ammirati, quando si hanno beni e successo”. “Una gloria paradossale: senza fragore, senza guadagno e senza applausi”.

È questa ciò che “rende il Vangelo fecondo” e che manifesta “l’amore misericordioso di Dio, che si propone e mai si impone”. Esso “è umile, agisce come la pioggia nella terra, come l’aria che si respira, come un piccolo seme che porta frutto nel silenzio”. “Chi annuncia l’amore non può che farlo con lo stesso stile dell’amore”, chiosa il Vescovo di Roma .

E aggiunge una terza parola: “Mondo”. “Dio ha tanto amato il mondo da inviare Gesù” perché “chi ama non sta lontano, ma va incontro”. Dio, però, sottolinea Francesco, “non è attirato dalla mondanità, anzi la detesta; ma ama il mondo che ha creato, e ama i suoi figli nel mondo così come sono, là dove vivono, anche se sono lontani”.

“Non vi sarà facile a voi la vita, in paesi lontani, in altre culture, ma è la vostra missione”, aggiunge a braccio. “E questo lo fate per amore, per amore alla Madre Chiesa, all’unità di questa Madre feconda. Lo fate perché la Chiesa sia madre fecondo”.

I neocatecumenali sono chiamati allora a mostrare “lo sguardo tenero del Padre” e considerare “un dono le realtà” che incontreranno nelle innumerevoli missioni in ogni angolo del globo. “Familiarizzate con le culture, le lingue e gli usi locali – esorta il Papa – rispettandoli e riconoscendo i semi di grazia che lo Spirito ha già sparso”.

Il tutto “senza cedere alla tentazione di trapiantare modelli acquisiti”, ma seminando “il primo annuncio”: quella “buona notizia che deve sempre tornare, altrimenti la fede rischia di diventare una dottrina fredda e senza vita”. Quindi, bisogna “evangelizzare come famiglie, vivendo l’unità e la semplicità”. “Un annuncio di vita, una bella testimonianza”, questa, di cui Francesco si dice profondamente grato.

“Vi ringrazio – conclude a braccio – a nome proprio, ma anche a nome di tutta la Chiesa per questo gesto di andare… Andare all’ignoto e soffrire perché ci sarà la sofferenza lì, ma anche la gioia della Gloria di Dio, la gloria che è sulla croce”. “Io rimango qui – assicura – ma col cuore vengo con voi”.

(da www.zenit.org – articolo di Salvatore Cernuzio)