Il Papa alla Messa Crismale: “Uscire dai recinti per eccedere nella Misericordia”

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Si tratta dell’appuntamento più intimo tra il vescovo e i suoi sacerdoti: la messa crismale. E Francesco, nella celebrazione avvenuta in San Pietro in Vaticano, ha voluto quest’anno insistere sulla misericordia, che il sacerdote deve poter elargire a piene mani, come del resto fa il Padre verso ciascuno di noi. Gesù è “segno di contraddizione”: “Lì dove il Signore annuncia il vangelo della misericordia incondizionata del Padre nei confronti dei più poveri, dei più lontani e oppressi, proprio lì siamo chiamati a scegliere, a combattere la buona battaglia della fede”, ha ricordato il Pontefice. “La lotta del Signore non è contro gli uomini ma contro il demonio, nemico dell’umanità. Gesù non combatte per consolidare uno spazio di potere”, ha ammonito Francesco: “Se rompe recinti e mette in discussione sicurezze è per aprire una breccia al torrente della misericordia che, con il Padre e lo Spirito, desidera riversare sulla terra. Una misericordia che procede di bene in meglio: annuncia e porta qualcosa di nuovo: risana, libera e proclama l’anno di grazia del Signore”. “Ci fa bene uscire dai nostri recinti – ha proseguito – perché è proprio del cuore di Dio traboccare di misericordia, straripare, spargendo la sua tenerezza, in modo tale che sempre ne avanzi, poiché il Signore preferisce che si perda qualcosa piuttosto che manchi una goccia, preferisce che tanti semi se li mangino gli uccelli piuttosto che alla semina manchi un solo seme, dal momento che tutti hanno la capacità di portare frutto abbondante, il 30, il 60, e fino al cento per uno”.

“Come sacerdoti, siamo testimoni e ministri della misericordia sempre più grande del nostro Padre: abbiamo il dolce e confortante compito di incarnarla, come fece Gesù, che passò beneficando e risanando, in mille modi, perché giunga a tutti”. Così il Papa ha quindi sintetizzato la vocazione dei sacerdoti, indissolubilmente legata alla misericordia, “una misericordia in cammino, una misericordia che ogni giorno cerca di fare un passo avanti, un piccolo passo in là, avanzando sulla terra di nessuno, dove regnavano l’indifferenza e la violenza”. “Noi possiamo contribuire ad inculturarla – ha proseguito – affinché ogni persona la riceva nella propria personale esperienza di vita e così la possa comprendere e praticare – creativamente – nel modo di essere proprio del suo popolo e della sua famiglia”. “Non dobbiamo aver paura di eccedere”, ha esortato Francesco, parlando ai sacerdoti di “due ambiti nei quali il Signore eccede nella sua misericordia”: l’incontro e il perdono, che “ci fa vergognare e ci dà dignità”. “Il primo ambito nel quale vediamo che Dio eccede in una misericordia sempre più grande, è quello dell’incontro”, ha detto il Papa: “Egli si dà totalmente e in modo tale che, in ogni incontro, passa direttamente a celebrare una festa”. L’esempio scelto è quello della parabola del Padre Misericordioso: “Rimaniamo sbalorditi di fronte a quell’uomo che corre, commosso, a gettarsi al collo di suo figlio; vedendo come lo abbraccia e lo bacia e si preoccupa di mettergli l’anello che lo fa sentire uguale, e i sandali propri di chi è figlio e non dipendente; e poi come mette tutti in movimento e ordina di organizzare una festa”. “Nel contemplare sempre meravigliati questa sovrabbondanza di gioia del Padre, al quale il ritorno del figlio permette di esprimere liberamente il suo amore, senza resistenze né distanze, noi non dobbiamo avere paura di esagerare nel nostro ringraziamento”, il commento di Francesco: “Il giusto atteggiamento possiamo prenderlo da quel povero lebbroso che, vedendosi risanato, lascia i suoi nove compagni che vanno a compiere ciò che ha ordinato Gesù e torna a inginocchiarsi ai piedi del Signore, glorificando e rendendo grazie e Dio a gran voce”.

Dio “non solo perdona debiti incalcolabili, come al servo che lo supplica e poi si dimostrerà meschino con il suo compagno, ma ci fa passare direttamente dalla vergogna più vergognosa alla dignità più alta senza passaggi intermedi”, ha continuato il Santo Padre: “Il Signore lascia che la peccatrice perdonata gli lavi familiarmente i piedi con le sue lacrime”, ha ricordato Francesco: “Appena Simon Pietro gli confessa il suo peccato e gli chiede di allontanarsi, lui lo eleva alla dignità di pescatore di uomini”. Noi, invece, “tendiamo a separare i due atteggiamenti”, l’analisi del Papa: “Quando ci vergogniamo del peccato, ci nascondiamo e andiamo con la testa bassa, come Adamo ed Eva, e quando siamo elevati a qualche dignità cerchiamo di coprire i peccati e ci piace farci vedere, quasi pavoneggiarci”. “La nostra risposta al perdono sovrabbondante del Signore dovrebbe consistere nel mantenerci sempre in quella sana tensione tra una dignitosa vergogna e una dignità che sa vergognarsi”, la ricetta di Francesco: “Atteggiamento di chi per sé stesso cerca di umiliarsi e abbassarsi, ma è capace di accettare che il Signore lo innalzi per il bene della missione, senza compiacersene”. Il “modello” che “può servirci quando ci confessiamo”, è allora quello di Pietro, “che si lascia interrogare a lungo sul suo amore e, nello stesso tempo, rinnova la sua accettazione del ministero di pascere le pecore che il Signore gli affida”. Serve, davanti al confessionale, una “dignità che sa vergognarsi”, che “ci salva dal crederci di più o di meno di quello che siamo per grazia”, partendo dalla consapevolezza che “è il popolo povero, affamato, prigioniero di guerra, senza futuro, residuale e scartato, che il Signore trasforma in popolo sacerdotale”.

“Come sacerdoti, noi ci identifichiamo con quel popolo scartato, che il Signore salva, e ci ricordiamo che ci sono moltitudini innumerevoli di persone povere, ignoranti, prigioniere, che si trovano in quella situazione perché altri li opprimono”. Nella parte finale dell’omelia il Papa ha insistito sulla dignità della vocazione sacerdotale. “Ognuno di noi sa – ha proseguito – in quale misura tante volte siamo ciechi, privi della bella luce della fede, non perché non abbiamo a portata di mano il Vangelo, ma per un eccesso di teologie complicate. Sentiamo che la nostra anima se ne va assetata di spiritualità, ma non per mancanza di Acqua Viva – che beviamo solo a sorsi –, ma per un eccesso di spiritualità ‘frizzanti’, di spiritualità ‘light’. Ci sentiamo anche prigionieri, non circondati, come tanti popoli, da invalicabili mura di pietra o da recinzioni di acciaio, ma da una mondanità virtuale che si apre e si chiude con un semplice click. Siamo oppressi, ma non da minacce e spintoni, come tanta povera gente, ma dal fascino di mille proposte di consumo che non possiamo scrollarci di dosso per camminare, liberi, sui sentieri che ci conducono all’amore dei nostri fratelli, al gregge del Signore, alle pecorelle che attendono la voce dei loro pastori”. Gesù, invece, “viene a riscattarci, a farci uscire, per trasformarci da poveri e ciechi, da prigionieri e oppressi in ministri di misericordia e consolazione”.