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I flagelli che Dio non manda

Scritto da il 3 Aprile 2020

Dio non manda flagelli, non perde la pazienza scatenandosi contro l’umanità peccatrice da lui creata.

“La misericordia – sostiene San Giacomo – ha sempre la meglio nel giudizio” (Gc 2,13). Al massimo, da padre misericordioso quale è, Dio potrà rimproverarci per le nostre malefatte, come capita normalmente nel rapporto tra genitori e figli, e poi vedremo in quale modo. Ma non è logico pensare che il Signore possa distruggere il mondo, laddove ha pagato cara, attraverso il sangue del suo Figlio, la salvezza di ogni persona.

La fine del mondo avverrà, allorché Gesù tornerà glorioso e ognuno di noi risorgerà, chi per la condanna e chi per la salvezza, ma fino a quel momento la vita proseguirà, con le proprie contraddizioni. Certo, ci sono stati e ci saranno terremoti, pestilenze, carestie prima del suo ritorno: ce lo ricorda Cristo in persona (Lc 21,10), ma è tutto insito nella natura della creazione, la quale “geme e soffre” aspettando la redenzione (Rm 8,22-23).  C’è una promessa solenne, contenuta nel libro della Genesi, che Dio ha fatto dopo il diluvio universale, e riguarda la terra, che non sarà più devastata (Gen 9,11). E poi c’è la parabola del grano e della zizzania (Mt 13,24-30), dalla quale si deduce chiaramente che Dio spera nella salvezza, sempre e comunque: gli unici intenzionati a sradicare tutto e subito sono i servi del padrone, il quale invece sostiene che occorrerà aspettare la maturazione per evitare di buttar via anche il grano: solo allora si potrà mietere, bruciando a parte la zizzania. Lo stesso Gesù sopra la croce avrebbe potuto eliminare all’istante coloro che lo sbeffeggiavano e quanti lo hanno crocifisso, e invece si è lasciato uccidere, addirittura perdonando i suoi carnefici.

A questo punto ci domandiamo quale sia lo strumento con cui Dio richiama alla salvezza, quale il metro di giudizio. Di sicuro non si tratta di nessuna calamità terrestre: non le pandemie, non i terremoti, non le carestie e via dicendo. Nel Vangelo di Luca Gesù si riferisce ad un fatto che evidentemente accadde in quel periodo, laddove la torre di Siloe venne a crollare, uccidendo diciotto persone. Rispondendo a chi pensava che quella gente fosse morta a causa di proprie colpe, Cristo sostiene con fermezza che non è così (Lc 13,1-9) e poi aggiunge: “Ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. Gesù, dunque, smentisce il nesso che vede il castigo come un’azione di Dio per punire i peccati degli uomini. La “soluzione”, invece, è la “conversione”, senza la quale inesorabilmente si va incontro alla morte.

Dio manda la sua Parola per la nostra conversione

la parola si fa carne flagelliIl mezzo per convertirsi, per salvarsi, per continuare a vivere è la Parola di Dio: essa, e non gli interventi catastrofici che l’uomo si aspetterebbe, è l’unica “arma” con cui il Signore ci supplica di seguirlo, di imitarlo, per poter arrivare con lui a vedere Dio faccia a faccia, per sempre. “La parola di Dio – ci ricorda la Lettera agli Ebrei – è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore. Non v’è creatura che possa nascondersi davanti a lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui noi dobbiamo rendere conto” (Eb 4,12-13).

Quando nella parabola del ricco epulone (Lc 16,19-31) il ricco chiede ad Abramo di mandare il povero Lazzaro ad ammonire i suoi fratelli per salvarli dall’inferno a cui lui è stato destinato, Abramo risponde: “Hanno Mosè e i Profeti: ascoltino loro […] Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi”.  E infatti così avviene alla resurrezione dell’amico Lazzaro (Gv 11,1-44) allorquando il miracolo straordinario di Gesù suscita la fede di molti ma anche i dubbi di alcuni, che riferirono l’accaduto ai farisei.

Dunque Dio, l’amore in persona, non manda flagelli: a Lui non interessa stupirci con effetti speciali, costringerci a seguirlo con la forza del male, perché l’amore non deve convincere o obbligare nessuno, in quanto l’amore necessità della libertà di adesione! Dio interviene solo con la sua Parola, che viene a volte sussurrata, altre volte gridata ma mai imposta, e chi non crede a questa Parola e non la mette in pratica – ossia chi non ama – è già morto. Scrive a questo proposito San Giovanni apostolo: “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte” (1Gv 3,14).

L’evoluzione della Chiesa nel rapporto con la Parola di Dio

La Chiesa nel tempo sperimenta e comprende sempre meglio la Parola di Dio. E se in un’era ormai lontana santi come Carlo Borromeo o Tommaso d’Aquino sostenevano che determinate calamità naturali erano castighi di Dio a causa del peccato dell’uomo, oggi prevale maggiormente l’idea della misericordia infinita del Padre. Ciò viene interpretato da alcuni critici come un paradossale allontanamento della Chiesa dalla fede, ma chiaramente non è così. Ancora oggi infatti la Chiesa prega e non manca di annunciare il Vangelo: le chiese sono aperte, le Messe sono non sospese ma interdette ai fedeli. Nella celebrazione eucaristica i sacerdoti pregano per tutto il popolo di Dio e chiedono per esso la benedizione della Trinità.

comunicazione ed emergenze flagelliLa pandemia di Covid19 che stiamo subendo non è voluta da Dio, ma è causa del corso naturale degli eventi oppure opera dell’uomo, qualora si trattasse di un esperimento di laboratorio. In ogni caso è saldamente sotto il controllo del nostro Creatore, causa prima di tutte le cose. Perché Dio allora non interviene con immediatezza e non ci libera da questo male? A questa domanda è impossibile rispondere. I tempi di Dio non sono i nostri, così come i suoi piani: “Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri”, dice il Signore per bocca del profeta Isaia (Is 55,9).

Ciò che la persona di fede sa per certo è che “tutto concorre al bene per coloro che amano Dio”, come ci ricorda San Paolo nella lettera ai Romani (Rm 8,28-30). A proposito del cieco nato, infatti, Gesù sostiene che quel male non è frutto del peccato ma è un’occasione per manifestare l’opera di Dio in lui (Gv 9,3). Chissà se per esempio il Signore non voglia farci risvegliare dall’illusione illuminista della società fondata sulla scienza e sull’economia! Potrebbe essere un’ipotesi.

Non ci rimane che vivere questo tempo in preghiera, con serenità, sicuri che il Signore non ci abbandona alle tempeste di questo mondo. Questo periodo è certamente un tempo di grazia, dal quale rinasceremo accresciuti nella fede.

Don Francesco Indelicato


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