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Laudato Sì: la radice umana della crisi ecologica

Scritto da il 29 Marzo 2020

Laudato Sì: la riflessione sul terzo capitolo dell’enciclica di papa Francesco apre questa terza puntata di Laudate oh Gente

La lettura del capitolo terzo della “Laudato Sì” offre ulteriori elementi al nostro percorso di riflessione e al nostro progetto. La dimensione comunitaria, inedita per certi versi, viene alimentata dal quotidiano impegno di trasformazione del mondo, che è possibile avviare solo a partire da una trasformazione personale. L’opera trasformatrice, molto più di un cambiamento, è sostenuta dall’azione della Grazia e non può non tenere presenti alcune importanti questioni.

Il mondo in cui viviamo, in questo momento, appare ferito. L’enciclica di papa Francesco ricorda la necessità di oltrepassare questa attuale situazione di crisi senza tralasciare però, la necessaria comprensione delle cause. Nel terzo capitolo viene studiata la radice umana della crisi ecologica.

Laudato Sì: il rapporto uomo-tecnologia

Il primo paragrafo è intitolato: “La tecnologia: creatività e potere”(102-105). La trasformazione della natura per l’utilità comune è una caratteristica umana. Rappresenta il desiderio dell’uomo di superare i limiti per un miglioramento della propria esistenza ed è dono del creatore. La tecnologia rappresenta, in modo significativo, un elemento di speranza e un accrescimento della bellezza. Ma non possono essere ignorati i numerosi elementi negativi. L’umanità ha acquisito, nel corso del tempo, un enorme potere distruttivo, concentrato nelle mani di pochi. Tecnologia e progresso non sono sinonimi e siccome ogni epoca tende a sviluppare una scarsa autocoscienza dei propri limiti, è necessario risvegliarla, anche con particolare vigore.

Laudato Sì: le derive dell’antropocentrismo

laudato sì

San Giovanni Paolo II

Il secondo paragrafo è intitolato “La globalizzazione del paradigma tecnocratico” (106-114). Vi si legge una sintetica ed efficace critica alle forme deviate del progresso. Il terzo e ultimo paragrafo appare tuttavia come quello centrale nell’economia del capitolo in vista della comprensione del pensiero di papa Francesco. Il titolo è emblematico: “Crisi e conseguenze dell’antropocentrismo moderno”. Infatti è composto da ben 21 paragrafi (115-136). In controluce appare la difficoltà di inquadrare la modernità, con le innumerevoli teorizzazioni che la caratterizzano. Un certo consenso intorno al convincimento che si debba parlare di pluralismo della modernità tuttavia non nasconde le caratteristiche comuni, fra le quali emergono l’individualismo, la frammentazione antropologica, il relativismo. La lettura critica di Francesco è tesa al superamento degli esiti anti-umani, o sub-umani che la modernità non è riuscita ad evitare. Nessuna condanna dell’antropocentrismo, dunque, ma solo delle sue derive, delle sue devianze, dei suoi eccessi, attraverso l’utilizzo del termine antropocentrismo deviato che appare per cinque volte in varie modalità. Anche altrove ribadisce con forza l’impossibilità di un discorso sulla casa comune che prescinda da una corretta visione dell’uomo, dal momento del concepimento in poi. Alla base del rapporto fra una corretta visione antropologica e le prerogative scientifico-tecnologiche la teologia cattolica non può prescindere dall’Enciclica di Giovanni Paolo II del 1998, la Fides et Ratio, secondo cui la conoscenza dispone di due ali, quella della fede e quella della ragione, entrambi necessarie.

 

Laudato Sì: custodire e non dominare l’ambiente

Il valore inalienabile dell’essere umano conduce alla condanna di qualsiasi mercificazione, oltre all’impossibilità di giudicarlo solo in termini di sviluppo. La riflessione sul personalismo è un credito che il cristianesimo ha fatto verso la filosofia europea del Novecento. Il personalismo conduce a una considerazione alta della dimensione relazionale dell’uomo che va a confrontarsi con le altre persone, con l’ambiente naturale e, ovviamente, con Dio. Il valore inalienabile della relazionalità fonda il rapporto dell’uomo con l’ambiente al punto che non è possibile proporre una relazione con esso a prescindere da quella con le altre persone e con Dio. Si tratterebbe di un individualismo romantico travestito da bellezza ecologica che condurrebbe a un’asfissiante prigionia nell’immanenza. Il rapporto con l’ambiente è nella forma della custodia e non del dominio. Il lavoro è relazione adeguata dell’etica con l’ambiente. Tramite il lavoro si coltiva la relazione con sé stessi e con gli altri e al contempo attraverso di esso si esprime una corretta relazione con Dio.


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