L’alleanza cristiano islamica, svolta contro il terrorismo

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Nello Scavo

Quanto è successo domenica 31 luglio con migliaia di imam e di rappresentanti islamici nelle chiese cattoliche d’Italia e di Francia per respingere violenza e fondamentalismo, potrebbe essere il punto di svolta per evitare il conflitto armato e passare ad una collaborazione attiva tra la Croce ed il Corano. Questo è quanto sostiene Nello Scavo giornalista di Avvenire, nonchè reporter internazionale e cronista giudiziario.




Croce e Corano insieme contro il terrorismo. Un evento senza precedenti. Il mondo sta cambiando. Che ne pensa? 

Nessun cambiamento matura di punto in bianco, però la capacità di tanti musulmani di uscire allo scoperto, è la risposta migliore a quanti a loro volta attaccano papa Francesco giudicandolo debole se non succube dell’Islam. Non mi aspetto che, da un giorno all’altro, l’Europa divenga di colpo la terra promessa delle religioni che sanno dialogare. Quante volte “nonna Europa”, come la chiama Bergoglio, ha rinnegato le proprie radici. E quante divisioni vi sono proprio tra i cristiani. Ma adesso proprio tanti islamici vengono a dirci che non è rinunciando a sé stessi che si può sviluppare una civiltà della fratellanza. E’ una sfida che tocca tanto l’Occidente quanto le comunità musulmane.

L’evento ha una portata storica. Non c’è memoria di imam e musulmani che entrano nelle chiese cristiane in maniera così vasta e diffusa, un salto di qualità anche nei confronti degli incontri di preghiera interreligiosa. C’è qualcosa che sta veramente cambiando? 

La presenza di numerosi rappresentanti delle comunità islamiche durante le messe domenicali è anche una forma di gratitudine al papa. Francesco, infatti, ha sottratto i cristiani perseguitati ed anche i musulmani di “buona volontà” dalla strumentalizzazione di chi, per altri fini, ha bisogno di costruire nemici per affermare spazi di potere o per restarsene aggrappati ai pulpiti d’oro da cui, e accade anche tra i cattolici, continuare a spargere zizzania.

Potrebbe essere questo il tipo di alleanza che può sconfiggere i progetti criminali dei terroristi fondamentalisti? 

E’ una strada lunga e in salita. I rigurgiti del terrorismo, che mal digerisce queste iniziative, non mancheranno. Non bisogna farsi illusioni: altro sangue verrà versato. Ma va detto che quello di domenica è stato un punto di svolta, non l’inizio. Se pensiamo alla giornata di preghiera e digiuno per la pace in Siria, nel luglio 2014, una giornata nella quale Francesco riuscì a riunire leader politici e religiosi, ottenendo peraltro alcune ore di relativo cessate il fuoco, allora si comprende come la presenza degli imam in chiesa sia il frutto di un percorso avviato da tempo. E allo stesso tempo si capisce che se leader di buona volontà riescono a far tacere le armi anche solo per una notte, peraltro fermando l’imminente intervento armato Usa in Siria, davvero non si comprende come le “grandi potenze” non riescano a fermare gli scontri.

La tesi di Papa Francesco è che non ci sono ragioni vere per una guerra di religione. Al contrario ci sono interessi per denaro, potere, controllo delle risorse naturali, che cercano di utilizzare gruppi fondamentalisti per scatenare il conflitto e ridefinire la geografia del potere. Che cosa può dirci in proposito?

Ed è proprio questo il punto. Chiunque sia andato almeno una volta in una zona di guerra sa che di religioso, nel dito che preme il grilletto o nella mano che taglia le teste, non c’è niente. A meno di credere che vi fosse un “senso religioso” nel “Got mit uns”, quella bestemmia del “Dio con noi” passato dai cavalieri teutonici agli imperatori prussiani fino alle truppe di Hitler. Lo scontro, bisogna dirlo, è principalmente interno all’Islam, con sunniti e sciiti che non si danno tregua, ma anche qui dietro alle etichette ci sono interessi che si misurano in barili di petrolio, in ettari di territorio, in miniere, in uomini e donne da ridurre a nient’altro che sudditi senza voce. Le principali zone di guerra sono paesi islamici: Iraq, Siria, Afganistan, Libia, Somalia, Yemen, Nigeria, solo per citare i principali. E la grande maggioranza delle vittime sono musulmani. A tutto questo la nostra politica e alcune nostre imprese non sono estranee. Le esportazioni legali di armi dall’Italia verso aree di guerra sono triplicate. Ma questo i presunti difensori della cristianità regolarmente omettono di denunciarlo. Certamente le stragi in Europa e la condizione dei cristiani nel mondo devono farci riflettere, ma non farci cadere nella trappola che i terroristi ci tendono: darci a credere che siamo accerchiati e minacciati dall’intera “umma”, la “nazione” musulmana. Al contrario credo che il Califfato stia perdendo terreno e, come ogni sistema di potere, stia tentando di spostare l’attenzione all’estero, sperando di galvanizzare i propri membri rinserrando le fila. Le storie della dittature sono costellate di analoghe dinamiche. La guerra “fuori casa” è sempre un diversivo per nascondere i malumori dentro casa. Di solito, è l’inizio della fine. Anche se non sarà una fine indolore.

Lei ha sostenuto che il dialogo e le buone relazioni tra i credenti cattolici e musulmani è molto più diffuso di quanto si possa credere. Per esempio in Sicilia ci sono bambini musulmani che seguono l’ora di religione. Ragazzi musulmani che hanno attraversato la Porta Santa a San Pietro a Roma. Può dirci qualcosa di più in proposito? 

Il mondo è già cambiato. E’ cambiato a Mazara del Vallo, dove la comunità islamica, in gran parte maghrebina, è integrata e “aperta”. A tal punto che cresce il numero di famiglie islamiche che iscrivono i figli all’ora di religione cattolica a scuola. L’anno scorso si era al 12% e a quanto pare da settembre saranno di più. Il mondo è cambiato a Riace, in Calabria, dove sui 500 abitanti del centro storico, 250 sono profughi in gran parte musulmani. E l’unica azione violenta registrata è quella della ‘ndrangheta, che malsopporta le iniziative di solidarietà. In città come Como, ultima sosta italiana nella rotta dei profughi verso l’Europa del Nord, in questi giorni di ferie non si contano parrocchie, associazioni, volontari che si danno da fare per rendere meno disagevole la presenza di chi scappa dalle guerre. Sono piccoli segni, molto più diffusi di quanto non si immagini, ma sono l’innesco di una contro narrazione che può sbugiardare le le tesi di chi vorrebbe le religioni fronteggiarsi a spade incrociate.

(da www.zenit.org – articolo di Antonio Gaspari)

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