Giovani e fede al centro del Convengo “I giovani e Dio in rete”, promosso dalla Commissione per l’Ecumenismo e il Dialogo della Conferenza Episcopale Laziale.

Una sala gremita quella del centro convegni del Santuario del Divino Amore, che ha accolto oggi, mercoledì 14 marzo, l’annuale appuntamento di formazione aperto a docenti di religione, educatori ed operatori pastorali, su un tema tanto attuale quanto controverso come quello di come vivere e trasmettere la fede attraverso internet.

Un corso, organizzato in collaborazione con la Commissione laziale per l’insegnamento della religione cattolica, che ha visto la partecipazione da tutte le diocesi del Lazio di educatori che si sono confrontati con alcuni rappresentanti di altre religioni.

Nella prima parte della giornata nella tavola rotonda, moderata dalla giornalista di Tv2000 Monica Mondo si sono alternate le voci: di mons. Gerardo Antonazzo, presidente della Commissione per l’Ecumenismo e il Dialogo della CEL; mons. Marco Gnavi incaricato della Commissione regionale per l’ecumenismo e il Dialogo della CEL; il prof. Paolo Benanti docente di teologia morale alla Pontifica Università Gregoriana; Rav. Benedetto Carucci Viterbi, direttore delle Scuole Ebraiche di Roma; il prof. Paolo Naso, docente presso La Sapienza di confessione cristiana valdese ed infine l’imam Sami Salem, della moschea Magliana di Roma.

Tornare alla cultura del NOI attraverso l’incontro

«Una occasione unica di mettere a confronto confessioni e comunità religiose diverse ma su tematiche che ci accomunano tutti -, spiega ai nostri microfoni mons. Marco Gnavi, anche incaricato dell’Ufficio per l’Ecumenismo, il Dialogo ed i Nuovi Culti della Diocesi di Roma – la rete è uno strumento flessibile che va interpretato e nella quale rifluisce il vissuto dei ragazzi e delle loro domande, che dobbiamo cogliere nel loro linguaggio e farlo insieme credo sia affascinante e stimolante perché anche nelle nostre diversità ci troviamo disarmati».

L’educatore come interprete

Mons. Gerardo Antonazzo, Presidente della Commissione per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso, ha sottolineato come sia necessario «recuperare la qualità dei rapporti» per poter «risvegliare le più profonde domande sul senso dell’esistenza che risiedono nel cuore dell’uomo». «Ognuno di noi porta dentro di sé quelle che noi chiamiamo le grandi domande dell’esistenza ma possono diventare anche dubbi, confronto, motivo di incontro soprattutto quindi compito dell’educatore non è quello di sostituirsi ma di interpretare -, sottolinea mons. Antonazzo, vescovo della Diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo – raccogliere e magari anche provocare affinché la persona sia veramente sé stessa a partire da ciò che porta dentro».

L’umano al centro della rete

Una tecnologia però non vista come nemico, ma come una caratteristica essenziale per essere in relazione con il mondo. Lo ribadisce Fr. Paolo Benanti, frate francescano del Terzo Ordine Regolare che da anni si occupa di etica, bioetica ed etica delle tecnologie.

«La rete sta attuando un cambio di principio di autorità ed una inversione nella trasmissione educativa, ma soprattutto nelle relazioni che stabiliamo perché il mondo dei social cancella le differenze nei ruoli e nelle relazioni» Il docente della PUG sottolinea come «La vita umana è una esperienza, ma se vogliamo sostituire l’esperienza con l’esperimento, rimane solo l’emozione choc. La rete però non può essere un surrogato dell’esperienza umana, non possiamo ridurre tutto ad un algoritmo»

«Abbiamo bisogno di contesti ed ambiti educativi, ma soprattutto di adulti che fanno nascere una domanda di senso come credenti»

 

La relazione come per costruire una nuova spiritualità

Fornisce una visione più “apocalittica” dei social invece il prof. Paolo Naso, in cui ribadisce come nella rete predomini l’aspetto dell’esibizionismo e della mancanza di una dimensione relazionale. Un luogo come quello della galassia mediale, in cui fondamentalismi hanno trovato un terreno perfetto di autoesaltazione.

«C’è una assoluta mancanza di fondamentali della tradizione religiosa nei giovani -, sottolinea il prof. Paolo Naso, docente all’Università La Sapienza e di confessione cristiana valdese – la notizia positiva è che c’è un interessante a tutto ciò che attiene alla dimensione spirituale ma non in una forma classica di appartenenza e di pratica religiosa, ma piuttosto in forme fluttuanti riassunte in uno slogan che una autrice ha sintetizzato “Dio a modo mio”, un segnale indubbiamente di apertura rispetto ad un tempo di secolarizzazione in cui la dimensione di Dio non era rilevante  e invece oggi torna ad esserlo per questo noi parliamo di post-secolarizzazione».

 

L’individuo al centro della comunicazione

Il modello biblico della chiamata di Mosè è quello evocato da Rav. Benedetto Carucci Viterbi come fondamento della comunicazione perché «ogni volta che Dio parla prima chiama. Il chiamare per nome nella tradizione ebraica esprime affetto per quella persona e se non c’è empatia la comunicazione non passa definitivamente». Quella comunicazione che secondo Rav. Carucci Viterbi, direttore delle Scuole Ebraiche di Roma, è intrinseca nella rete solo se possiede «empatia, intenzionalità e disponibilità all’ascolto per permettere una individualità di comunicazione».

«La rete deve essere equilibrata dalla relazione concreta tra persone e dall’altra parte la rete adeguatamente frequentata con intelligenza permette la possibilità di relazioni – prosegue Rav. Carucci Viterbi. – I ragazzi che hanno una socialità reale utilizzano le piattaforme social in questa prospettiva personale».

Mediazione e relazione per trasmettere la fede

Una veridicità e una sicurezza che la rete non offre e che non aiuta per chi vuole conoscere Dio attraverso di essa. Per questo la mediazione e la relazione sono le due chiavi di sicurezza suggerite dall’imam Sami Salem. «Per noi fedeli musulmani la lettura e la conoscenza è un comandamento fondamentale -, ci spiega l’imam della moschea di Magliana – ma troppo spesso in internet vengono veicolate idee non corrette della dell’Islam. Per questo è indispensabile una mediazione oltre che una relazione con il fedele». Una rete che cambia il proprio volto dall’uso che ne viene fatto, come ricorda sempre l’imam che paragona lo strumento web ad un coltello: «dipende che uso se ne fa, può essere utile per cucinare, quindi fare qualcosa di buono o per uccidere, quindi fare qualcosa di male».

Giovani protagonisti anche nella seconda parte del pomeriggio con la visione del documentario di Gualtiero Peirce “Almeno credo”, dove il regista ha raccolto le voci di alunni di tre scuole elementari appartenenti alle tre religioni abramitiche, durante le lezioni di religioni, in tre diverse scuole della capitale. A distanza di anni, gli stessi bambini ora diventati adolescenti condividono davanti alla telecamera i loro dubbi, ma anche domande e consapevolezze.