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Famiglia: lo smartphone ai figli

Scritto da il 19 Maggio 2020

Famiglia: a che età concederlo?

Francesca Baldini intervista Gigi Avanti, consulente familiare e membro della Consulta Nazionale della CEI per la Pastorale della Famiglia, sul tema dello smartphone ai figli

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Francesca: il bambino al cellulare. A che età concederlo ?

Gigi: a che età concederlo? Bisogna vedere di che bambino si tratta e come si sono gestiti i suoi desideri al punto in cui è arrivato, perché il problema non è tanto dire se a nove, dieci o undici anni ma vedere cosa c’è sotto la richiesta del cellulare, se c’è il desiderio di essere messi al centro dell’attenzione, che prima scarseggiava, oppure se è solamente imitare altri che già lo posseggono.

Famiglia: bisogna valutarne il grado di maturità

Non è quindi tanto l’età, quanto la maturità del bambino perché ci sono bambini maturi a sette anni ma anche bambinoni che non maturano nemmeno a tredici e che dopo magari cominceranno a chiedere anche il motorino.

Il motorino è un desiderio di autonomia che non si può soddisfare frettolosamente. È graduale.

Francesca: però, tendenzialmente, quando iniziano a  pretendere il primo cellulare ?

Gigi: in seconda o in terza elementare, poi vanno sempre peggiorando.

Faccio un esempio: la mia seconda nipotina ha detto alla nonna, mia moglie, che il cellulare che ha è vecchio, retrogrado e che deve buttarlo via. I bambini hanno già quelli con WhatsApp… gli smartphone.

Francesca: quindi i bambini già chiedono più tecnologia?

Famiglia: la tecnologia e i gruppi chiusi

famiglia cellulare3Gigi: una tecnologia che però usano in maniera egocentrica oppure si collegano tra di loro, quindi è una specie di carcere nel quale si vanno a infilare subito, penalizzando i rapporti reali con il papà, con la mamma, con i fratelli o con i compagni di classe, con i quali si creano dei piccoli nuclei di tre o quattro persone che passano il tempo a manovrare i loro strumenti.

Francesca: dei gruppi?

Gigi: dei sottogruppi di classe.

Francesca: questo è un problema che ne apre un altro, cioè quello della tecnologia sempre  più imperante che snatura anche un po’ l’umanità.

Gigi: mette a rischio quella che chiamo “ecologia delle relazioni”, perché l’essere umano cresce grazie alle relazioni con gli altri. Quando c’è un’interposizione tra due esseri umani, attraverso uno strumento, si fatica di più a crescere umanizzandosi.

Mc Louan, un maestro della comunicazione, diceva  che il mezzo è il messaggio ma se per dare un messaggio non uso me stesso (come annunciatore di Vangelo) ma mi servo di uno strumento, l’attenzione va più sullo strumento che sul trasmettitore del medesimo. Questo ostacola in qualche modo la crescita umana.

Famiglia: perché si cede nell’acquisto?

Francesca: ma perché i genitori si arrendono e nel momento in cui il bambino chiede il cellulare glielo comprano subito?

Gigi: perché hanno paura. C’è un meccanismo strano. Quando si dicono i primi no al bambino è perché lo si vuole proteggere dai pericoli. A quell’età, però, i bisogni di approvazione e di affetto sono incastrati, per cui il bambino che si sente dire no pensa che la mamma non gli voglia più bene e che, se non gli compra ciò che desidera, è cattiva.

Si va dal piano emotivo del rifiuto di un desiderio a quello affettivo.

Il trucco è questo: siccome la mamma e il papà hanno paura di sentirsi dire che sono cattivi, cedono. A volte ai genitori dico che quando un bambino accusa il papà o la mamma di essere cattivo, la risposta deve essere: “E peggiorerò”. Bisogna spezzare il gioco che c’è dietro questa dinamica.

Nella prima fase della vita, il bisogno di affetto e approvazione sono incastrati, come ho detto prima. Poi la persona matura e sa che può essere amata ma non approvata nei comportamenti.

Se volessimo fare un discorso in termini evangelici potremmo citare l’episodio della Maddalena che si rivolge alla prostituta dicendo: “Ti perdono, ti continuo ad amare più di quanto meriteresti ma non amo il tuo comportamento”. È come per il bambino: “Ti voglio bene ma non te lo compro”. “Allora sei cattiva!”. “E peggiorerò!”.

Famiglia: disincastrare il bisogno di affetto da quello di approvazione

Con questa risposta paradossale si spezza il gioco e potrebbero arrivare anche dei calci sugli stinchi. Meglio i calci che cedere, per non allungare ancora di più i tempi di questo disincastrare il bisogno di affetto da quello di approvazione. Questo lo dice un po’ tutta la letteratura scientifica e psicologica. Perché i genitori cedono? Perché hanno paura di sentirsi giudicati cattivi.

Le paure si superano. Il bambino potrebbe anche pensare che il genitore sia cattivo (“Ti voglio bene ma non te lo compro”… “E allora io me ne vado di casa!”) ma l’importante è rimanere stabili emotivamente, non cascare nella reazione di una rabbia (“Vattene allora”) che non è costruttiva. Ma non bisogna nemmeno cedere (“E va bene, allora te lo compro così non mi scocci più”), altrimenti non si aiuta una persona a maturare.

Francesca: lei ha fatto riferimento a una stabilità emotiva del genitore perché nessuno nasce genitore, nessun genitore nasce imparato. Come mai questi genitori hanno sempre più debolezze?

Gigi: c’è il libro di un filosofo francese che s’intitola “La paura del mondo occidentale nell’Ottocento”. Come mai i genitori arrivano ad essere così fragili e vulnerabili? Perché viviamo in un mondo di paura. Sembra che sia un’epoca di forza.

Hanno paura di proporsi ai figli come testimoni credibili e allora cedono, tirano i remi in barca (“Che Dio me la mandi buona”), vanno sul fatalismo generico, pedagogico (“Ma poi capirà”).

Famiglia: dire di no con tenerezza

famiglia cellulare4Ci vogliono invece  fermezza e stabilità, soprattutto nella prima fase della vita.

L’importante è dire di no con tenerezza, con calma. Questo intendevo quando parlavo di stabilità emotiva perché é questo che ci dice la natura.

Quando siamo nella pancia della mamma, l’utero ci dice che é pericoloso uscire prima del tempo ma ce lo dice in silenzio, senza urla. E’ caldo, silenzioso e protettivo.

Se diciamo quindi dei no dobbiamo farlo in maniera tenera e protettiva, altrimenti non funziona.

Padre Cupia, uno dei fondatori del “Centro La Famiglia”, insegnava proprio ad  usare molto più i gesti rispetto alla parola, usata a volte con un tono di voce stizzito, nervoso, che contraddice quella che dovrebbe essere l’amabilità del parlare.

Sosteneva che invece di dire un NO nervoso é meglio dire di no facendo il gesto col dito. Anche se il figlio non obbedisce, noi almeno siamo in regola con tutte le dinamiche della comunicazione di un rifiuto.

(Trascrizione del testo a cura di Antoine Ruiz)

Ascolta la puntata della rubrica “In famiglia” con Gigi Avanti

La scorsa puntata della rubrica “In famiglia”: le parolacce


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