Famiglia: le parolacce
Scritto da Francesco_i il 12 Maggio 2020
Famiglia: prima di tutto non dirle in casa
Francesca Baldini intervista Gigi Avanti, consulente familiare e membro della Consulta Nazionale della CEI per la Pastorale della Famiglia, sul tema delle parolacce in casa
Francesca: Parolacce. Che fare?
Gigi: Quando si sentono, mi auguro innanzitutto che non vengano imparate in famiglia perché a volte si dicono proprio perché udite in famiglia. Sappiamo che nella prima fase della vita, da zero a dieci anni, si cresce per via imitativa, per cui se i bambini dicono parolacce è perché le hanno sentite in casa.
A scuola le sentono ma si guardano bene dal dirle in casa se papà o mamma non le dicono. Quindi cosa bisogna fare? Nel caso in cui dovessero tirarle fuori, la prima reazione dovrebbe essere quella di un certo stupore. Non bisogna dire subito che le parolacce non si dicono, cioè non bisogna dare ordini contrari ma chiedere ai figli il perché le abbiano dette, sempre con una certa curiosità (“Ma hai detto… ? Come mai?”).
Bisogna riuscire anche in quel modo a instaurare una relazione di qualità, fino al punto in cui il figlio dirà come mai l’ha detta (“Sai, mi è scappata…” – “Ti è scappata?”).
Famiglia: gli spazi di silenzio
Si devono creare spazi di silenzio.
Un poeta dice che il silenzio è la lingua madre di Dio.
Noi siamo troppo verbosi, invasivi, diciamo subito che le parolacce non si dicono. Prima si deve chiedere, usare l’arte del domandare (“Come mai quella parolaccia?” – “Mi è scappata… L’ho detta perché…” – ”Ma c’è forse un altro modo di dire quello che volevi dire”).
Questa è la maniera di reagire di fronte alla parolaccia. Mi ricordo che una volta dal panettiere mio figlio (avrà avuto quattro-cinque anni, andava all’asilo) ha detto improvvisamente una parolaccia, allarmando un po’ tutti quanti.
Mia moglie gli ha chiesto come mai l’avesse detta e lui ha risposto che quel signore la prendeva spesso in giro. Era un tipo un po’ particolare, un romano che faceva apprezzamenti, e il bambino aveva accumulato tutto questo, aveva decodificato, pensando che stesse prendendo in giro la sua mamma.
Così un giorno, da sotto il balcone, gli aveva sparato la classica parolaccia romana ….
Francesca: Che ha freddato tutti immagino…
Famiglia: dare un’alternativa all’aggressività
Gigi: Aveva una ragione per farlo ma magari, in quel caso, poteva dire in altro modo (“Come mai lei prende in giro la mia mamma?“). Così gli dai l’alternativa.
Francesca: Diciamo che il segreto è quello di dare un’alternativa e di non reagire con aggressività.
Gigi: Non reagire impulsivamente reprimendo l’istinto ma cercare di dire che si può moderare diversamente. Se invece lo reprimo soltanto, non posso più moderarlo dopo. Bisogna far vedere che c’è un’altra maniera di gestire lo sfogo dell’istinto.
Francesca: Il problema però è che questi linguaggi spesso vengono assorbiti dai bambini anche in altri contesti, oltre a quello della famiglia.
Gigi: Soprattutto in altri contesti, ad esempio nel gruppo dei pari. Il punto sarebbe che non diventi un gergo al quale loro facciano riferimento in maniera abitudinaria, con questi intercalari che poi diventano anche triviali e pesanti.
Per il loro bene perché poi perdono anche la delicatezza, la poeticità del comunicare, se ogni due o tre parole ci mettono dentro il condimento della parolaccia.
In quel caso dovremmo noi genitori, sentendole, essere un po’ più fermi, magari prendendoli (qui ci vorrebbe una parolaccia) per i fondelli… ”Ti sei laureato oggi?”.
Francesca: Insomma fargli capire che non è…
Gigi: Fargli capire che usare le parolacce non è certamente la strada per far vedere quanto si è grandi.
Francesca: Purtroppo però c’è sempre più una cultura della parolaccia, spesso anche per far ridere, che passa attraverso i media.
Gigi: Sì, spesso i mass media fanno quasi a gara. Tutto questo dipende dalle relazioni umane perché il primo valore tra le persone è quello del rispetto. Rispetto anche per se stessi.
Se parlo con trivialità o scurrilità, gli altri alla fine non mi rispettano più perché sono io il primo a non rispettarmi. Dovremmo sempre avere un ambito di riservatezza e pudore, un giardino segreto dove nascono i sentimenti migliori. Dire una parolaccia è un po’ lasciare che gli altri invadano questo giardino.
(Trascrizione del testo a cura di Antoine Ruiz)
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