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Famiglia: l’adozione

Scritto da il 26 Maggio 2020

Famiglia: il coraggio della generosità

Francesca Baldini intervista Gigi Avanti, consulente familiare e membro della Consulta Nazionale della CEI per la Pastorale della Famiglia, sul tema dell’adozione

famiglia adozione

Francesca: adozioni, il coraggio della generosità. Un tema molto attuale e difficile dal momento che si parla spesso di un dono e non di un diritto, quello della maternità.

Gigi: diciamo attuale da sempre, da quando ha cominciato a presentarsi anche come problema sociale, come realtà di fatto. Bambini o bambine nati senza una famiglia, che non l’hanno mai avuta,  e che desiderano colmare questo vuoto.

Il coraggio delle adozioni.

Il coraggio ci vuole in ogni cosa, a maggior ragione in questo caso.

famiglia adozione3Famiglia: avere un figlio o essere genitore

Sembra che avere un figlio dalla propria carne sia un po’ il desiderio principale di certe coppie. Il fatto di avere un figlio è diverso dall’essere genitore; c’è sempre questa battaglia tra l’avere o l’essere, il confronto tra la cultura dell’essere e quella dell’avere. Ci vuole coraggio ad essere genitori, pur non avendo avuto un figlio dalla propria carne.

Abbiamo anche un riferimento spirituale molto preciso, Giuseppe, il padre finto, putativo, da un vocabolo entrato ormai da tempo nella terminologia  della Chiesa e derivante dal latino “puto” (putare).

Si credeva che Giuseppe fosse padre ma non lo era per la carne.

Io preferisco dire padre finto, anche se il vero padre è proprio questo.

Famiglia: è padre chi ama un figlio

Un padre vero non è chi ha un figlio, che Dio concede attraverso i nostri cromosomi e quelli della donna, ma chi ama un figlio, a prescindere da chi sia nato. In tal senso, si fa riferimento al coraggio avuto da Giuseppe nell’accettare a mano a mano il mistero, pur senza capirlo.

Il bello del mistero è proprio questo, che lo si può godere senza capirlo perché nel momento in cui si comincia a capire saltano gli schemi e magari non ci va più di comprendere.

Il verbo capire deriva dal latino “capio” che significa ricevo. Se il mio recipiente è piccolo, quando non ci entrano più le spiegazioni degli eventi che mi capitano, allora li rifiuto. Non è che se non capisco non accetto. È una dinamica opposta a quella del mistero da vivere. Siamo stati scelti per essere padri pur non avendo generato e possiamo godere di questo proprio perché non lo capiamo.

Francesca: il figlio è quindi di chi lo riceve?

Gigi: di chi lo ama, di chi lo riceve come dono senza crearsi problemi razionali. (Perché a me non é stato concesso una fecondità fisica?). Bisogna evitare di essere sterili e infecondi spiritualmente, non fisicamente.

Parlando della coppia, non deve far paura la sterilità fisica ma quella spirituale, altrimenti non si può essere al servizio della vita.

Famiglia: dal desiderio alla pretesa

Francesca: come dicevo all’inizio, però, c’è il diritto alla maternità, alla genitorialità.

Gigi: siamo arrivati ad un livello culturale in cui si è passati dal desiderio di essere genitori al diritto, alla pretesa. È un salto culturale disastroso, massacrante.

Ho sentito pronunciare, anche da un giudice in televisione, la frase “nessuno ha il diritto di negare la genitorialità”, a proposito di fecondazione eterologa.

Dal punto di vista dialettico è un disastro perché l’essere genitori è un dono che ci viene dato da Dio, per noi che crediamo, o dalla Natura per coloro che non credono, per cui si tratta di una possibilità, di un’eventualità che ci ritroviamo come dono.

Parlare di diritto e dovere in termini commerciali significa non aver capito niente di questo. Il problema è quello di essere pieni di pretese, di combattere chi non ci assicura questo diritto. Da tutto questo viene fuori  la rabbia che c’è in chi pretende di avere come diritto ciò che in natura è concesso come eventualità, salvo i diritti dei lavoratori.

Di questo passo si parlerà del diritto di nascere e del diritto di morire.

Si tratta del diritto di nascere quando ancora non siamo nati oppure, esagerando, parlando ai credenti, del diritto al paradiso. Come se ci si potesse iscrivere al sindacato dei peccatori e pretendere di essere introdotti al paradiso, senza merito, senza sforzi. È un diritto. Per il fatto che sono nato ho il diritto al paradiso.

Se affrontiamo questo tema in ambiti commerciali, è un disastro.

Francesca: ma perché secondo te molte coppie fanno fatica ad accettare il discorso dell’adozione, a parte i cavilli burocratici che la rendono difficile?

Famiglia: se il coraggio lascia il posto alla paura

Gigi: probabilmente molte coppie fanno fatica perché al posto del coraggio subentra la paura. C’è quella considerazione strisciante che se non è un figlio nostro non sappiamo come procedere. È un punto interrogativo. Ma questo concetto potremmo applicarlo anche ad un figlio davvero nostro. È comunque un’altra persona, diversa da noi. Non è che se nasce dalle viscere del padre e della madre c’è  la garanzia che non deluda nessuna delle nostre aspettative.

In una famiglia può sempre nascere una pecora nera (“Ma guarda un po’, da una famiglia sanissima e credente salta fuori una delusione in toto”).

A volte la difficoltà di adottare un figlio è anche questa. Le paure vengono decorate e ricamate in tante maniere. Non sappiamo chi ci  mettiamo in casa, né di chi sia veramente figlio naturale e magari chissà cosa avrà ereditato. Lo si vive più come problema che come eventualità, realtà o dono da accogliere. Quello che si ha si ha.

famiglia adozione2Famiglia: vivere vuol dire accettare il mistero

Sempre a proposito della frase “o accetti il mistero o avrai problemi”, mi viene in mente un’espressione di Einstein: “Chi non accetta il mistero non è degno di vivere”.

Attenzione! Lui non dice che chi non accetta il mistero è corto di cervello o ha una mente limitata, poco capiente. Dice che non è degno di vivere, cioè lo azzera proprio. Se non capiamo che la serie di eventi che ci capitano fa parte del nostro pane quotidiano, andiamo male.

Francesca: in conclusione, cosa ti senti di raccomandare a quelle coppie che si avvicinano o desiderano avvicinarsi all’adozione?

Gigi: raccomando di fare spazio, nei piccoli angoli della loro anima, all’atteggiamento dell’accettazione di tutto ciò che sta avvenendo di misterioso nella loro vita. Se fanno spazio a questo, piano piano si predispongono eventualmente anche ad altri misteri.

La mia raccomandazione è quindi quella di rilassarsi e pensare che, se non essere fecondi fisicamente costituisce un problema, si deve comunque accettare la realtà.

In maniera sanamente fatalistica, bisogna accettare di poter essere ugualmente considerati fecondi e generosi nei confronti della vita pur non generando la medesima, anche se non lo capiamo. Solo così cominceremo ad accettare questa realtà come possibilità e non come problema.

(Trascrizione del testo a cura di Antoine Ruiz)

Ascolta la puntata della rubrica “In famiglia” con Gigi Avanti

La scorsa puntata della rubrica “In famiglia”: lo smartphone ai figli


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