Eraldo Affinati e la responsabilità della parola. Intervista Esclusiva

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Eraldo Affinati protagonista dell’incontro “La Responsabilità della Parola”, organizzato in occasione del trentennale della parrocchia Gesù di Nazareth.

Trent’anni di vita sono un traguardo da celebrare. Lo sa bene la comunità della parrocchia Gesù di Nazareth che ha ricordato trent’anni dalla dedicazione della chiesa (maggio 1988) con una domenica di festa. Fulcro della giornata la celebrazione eucaristica, presieduta da mons. Angelo De Donatis e l’inaugurazione della mostra fotografica che ripercorre la vita della parrocchia dalla nascita del quartiere, per poi proseguire nel pomeriggio con momenti di sport e musica.

L’arcivescovo nella sua omelia ha sottolineato l’importanza di rimanere uniti come comunità e come “popolo”, per proseguire nel cammino parrocchiale e, in conclusione, cita le parole del primo parroco, don Andrea Santoro, che in una sua lettera ai parrocchiani raccomandava l’unità, perché “dove c’è unità c’è il Signore”.

Le celebrazioni però proseguono anche con un altro appuntamento in programma per domani, martedì 8 maggio alle ore 17.15, presso il plesso scolastico “Andrea Santoro”, in via Verdinois 54 dal titolo “La responsabilità della parola. Trent’anni di cammino: gioia, dolori, speranza, fede”. L’incontro formativo, organizzato dalla parrocchia in collaborazione con la cooperativa Anver e l’Istituto Comprensivo Celli, vedrà lo scrittore Eraldo Affinati affrontare il tema dell’educazione attraverso la parola.

«Abbiamo pensato anche alla scuola -, spiega il parroco don Giuseppe Russo– proprio quel luogo, oggi dedicato a don Santoro, che ha accolto nei primi anni anche celebrazioni eucaristiche particolari ed è per questo che vogliamo sottolineare questa tappa importante anche con questo incontro dell’8 maggio».

Un tema, quello dell’educazione e dell’uso della parola nei processi educativi molto importante per le nuove generazioni. «Oggi la parola è fondamentale-, prosegue il parroco – perché con la parola si può ferire, si può educare, incoraggiare, ma anche parlare di speranza e passare a gesti concreti che sono nella nostra vita ordinaria».

Chi è Eraldo Affinati

Scrittore romano classe 1956, Eraldo Affinati è considerato tra i narratori più importanti della sua generazione e tra le voci di maggiore impegno civile in Italia. Nei suoi romanzi affronta temi legati alla resistenza partigiana, all’educazione, alla famiglia e all’immigrazione. Scrittore ed educatore, inizia ad insegnare da giovane ed insieme alla moglie è tra i fondatori della scuola di lingua per stranieri Penny Wirton. Eraldo Affinati con il libro “L’uomo del futuro” (2016), in cui affronta la figura di don Lorenzo Milano, arriva al secondo posto al Premio Strega.

In previsione dell’incontro di domani, abbiamo posto ad Affinati tre domande sul ruolo dell’insegnante e la sua importanza sociale, perché tutti siamo possiamo essere educatori oltre che educati.

Affinati oggi sembra che il ruolo dell’insegnante sia svuotato del suo valore intrinseco, secondo lei come è stato possibile arrivare a questa deriva socio culturale? «Per fortuna ci sono tanti insegnanti che lottano tutti i giorni contro la crisi etica che sta investendo il mondo occidentale e quindi anche l’Italia: la scuola inevitabilmente ne risente essendo il luogo istituzionale dove si trasmette la tradizione, si forma la coscienza dei futuri cittadini e si dovrebbe realizzare il passaggio di testimone fra le generazioni. Stiamo vivendo una rivoluzione: quella informatica. L’esperienza stessa della realtà, prima ancora che il rapporto coi testi, sta cambiando forma. In questo momento sulle spalle degli educatori grava un peso più forte che in passato anche perché la loro solitudine è maggiore».

Paolo VI affermava, oltre 50 anni fa, che “non servono maestri ma testimoni”, l’azione educativa dunque non avviene solo attraverso le parole ma anche ai gesti? «Se le nostre parole non sono legittimate dall’esperienza, se non scaturiscono da una vera consapevolezza, rischiano di essere sterili, vuote, vane. I primi a farcelo sapere sono i giovani che avvertono subito il falsetto, l’ipocrisia, l’opportunismo e la retorica degli adulti. Non basta consegnare un contenuto ai ragazzi. Bisogna vivere insieme a loro un’avventura conoscitiva. Ma come possiamo farlo se non abbiamo nessun valore in cui credere»?

Il titolo dell’incontro è “La Responsabilità della parola”. In una società bulimica di parole ed immagini, quanto è importante soffermarci sulle giuste parole da trasmettere alle nuove generazioni? «Ho intitolato così il nostro prossimo incontro nella parrocchia Gesù di Nazareth, al Collatino, a Roma, anche pensando al destino eroico e tragico di don Andrea Santoro, che fu il primo parroco di quella chiesa e che pagò con la vita, assassinato in Turchia, il suo cristianesimo radicale. L’8 maggio racconterò la mia doppia vocazione pedagogica e letteraria. Ho trascorso parte della mia adolescenza proprio nelle stesse zone dove andavo a giocare a pallone. Oggi, non molto distante, a Casal Bertone, io e mia moglie Anna Luce Lenzi, insegniamo l’italiano agli immigrati nella scuola Penny Wirton. Siamo in tanti, soprattutto ragazzi italiani che formiamo come insegnanti dei loro coetanei provenienti da tutte le altre periferie del mondo».