venerdì , 20 ottobre 2017
Paese

Le due “D” che tormentano Parlamento e Paese

Il confronto in atto nel Paese sulle unioni civili sta facendo venir fuori le debolezze di una società stanca, apatica, priva di amor proprio. Al di là delle manifestazioni di piazza che hanno una loro ragione d’essere, non è difficile intuire come il dibattito, in atto nel Paese e nel Parlamento, sia spesso privo del pieno rispetto dell’altro. Manca una sintesi comune capace di salvaguardare almeno quei valori non negoziabili, estranei alle beghe di bottega. Qualità essenziali che non sono di una religione o di una casta elitaria, sia politica o economica, ma dell’uomo in quanto tale. Ognuno è appostato invece con in mano il “fucile” della propria superbia; l’essenziale è lasciare sul terreno dello scontro più vittime possibili dell’altro schieramento. Ma cosa c’è alla base del contrasto sul futuro della famiglia e quindi dell’umanità?

Il cuore di ogni polemica sta tutto nel mancato tentativo di saper trovare l’equilibrio di fondo tra le due “D”, desiderio e diritto, che oggi più che mai tormentano cittadini e istituzioni. A seguire i confronti in Tv si capisce di essere in un Paese un po’ confuso. Prevale il solito balletto, con il quale dimostrare e imporre all’altro la propria presunta evoluzione sociale e culturale. Da una parte una serie preoccupante di cattolici che sono rimasti tali solo sulla carta; dall’altra una “multicolorata civiltà” che pensa di detenere la ricetta per un mondo più giusto e migliore, pur sotterrando alcuni principi oggettivi della natura umana.

Non c’è il vero cristiano interessato alla politica, capace di far prevalere la sua verità. Cristo è rimasto nei diari del catechismo. Oggi ci si vergogna di metterlo al centro del proprio impegno. Eppure tutti abbiamo applaudito per la dichiarazione congiunta firmata a L’Avana da Papa Francesco e il Patriarca Russo Kirill. Si tratta per molti di ipocrisia o, per alcuni, di teatro in salsa elettorale? Il riferimento alla famiglia contenuto nelle storico documento non lascia dubbi, né permette improvvisate interpretazioni. La famiglia, sia per gli ortodossi che per i cattolici va collocata al centro naturale della vita umana e della società.

Ecco cosa scrivono Bergoglio e Kirill: “La famiglia si fonda sul matrimonio, atto libero e fedele di amore di un uomo e di una donna. È l’amore che sigilla la loro unione ed insegna loro ad accogliersi reciprocamente come dono. Il matrimonio è una scuola di amore e di fedeltà”. Segue poi una osservazione chiara e forte che il Parlamento italiano ha deciso di ignorare, tra lo show di migliaia emendamenti e la capacità soppressiva, al quanto discutibile, dell’emendamento Canguro. “Ci rammarichiamo che altre forme di convivenza siano ormai poste allo stesso livello di questa unione, mentre il concetto di paternità e di maternità come vocazione particolare dell’uomo e della donna nel matrimonio, santificato dalla tradizione biblica, viene estromesso dalla coscienza pubblica”.

Sono convinto che la società sbagli profondamente nel tagliare ogni giorno un pezzo del suo legame metafisico, con la profondità della natura e del creato. Si rischia di cambiare le sorti dell’umanità, spingendo verso un mondo dove ogni desiderio, se accolto da una qualsiasi maggioranza, rischia di trasformarsi in un diritto acquisito. Altro che equilibrio! L’elastico della vita si sta indebolendo, mentre l’uomo, incurante di poterlo spezzare, non rinuncia al suo antico sogno di sostituirsi a Dio. I diritti dell’uomo vanno salvaguardati, ma senza cambiare la loro sostanza di fondo.

Al punto 153 della Dottrina Sociale della Chiesa si legge: “La fonte dei diritti umani non si situa nella mera volontà degli esseri umani, nella realtà dello Stato, nei poteri pubblici, ma nell’uomo stesso e in Dio suo creatore. Un desiderio qualsiasi che travolge l’equilibrio naturale delle leggi universali, comprese le verità oggettive ad esso connesse, mette a repentaglio l’armonia interiore, da sempre in dote ad ogni singolo individuo con il suo patrimonio genetico. Il teologo mons. Di Bruno, partendo da questa certezza della Chiesa scrive che “Se non c’è natura, non c’è più neanche libertà di coscienza.  Nella non natura anche la coscienza è non coscienza. Siamo nel nulla umano.

Un terreno facile per proseguire, dopo il divorzio e l’aborto, con l’eutanasia, l’educazione gender, l’equiparazione di qualsiasi unione alla famiglia naturale, ecc. La collettività si prepara così, di volta in volta, a guardare verso modelli sempre di più innaturali. Fuori dal perimetro dell’oggettività ci aspetta il campo sconfinato di una soggettività distante da ogni vincolo primario immutabile. La conoscenza e il rispetto della realtà in sé, non è un limite umano, se mai il giusto binario per non deragliare e gustare la vera libertà.

La partita che si gioca al Senato va oltre l’argomento all’ordine del giorno. Le stesse adozioni del ddl Cirinnà, pur limitate al figlio del partner, sono solo il primo aggancio con il supermercato dell’utero in affitto. Ma c’è di più! Siamo di fronte ad un chiaro segnale di una società in cui una qualsiasi volontà o desiderio, definiti impropriamente diritti, pretendono di avere ciò che la natura, non la Chiesa o chi per essa, preclude. Scegliere qualsiasi forma di convivenza per organizzare liberamente la propria vita, non può coincidere con la pretesa di trasformarla in un fatto naturale, perché non lo è. Capisco l’impopolarità di questa espressione, ma il tema in campo non è di bandiera, né di salvaguardia di un gruppo rispetto ad un altro. C’è in gioco la tutela dell’umanità, compreso chi oggi, volontariamente o meno, la sta snaturando.

(da www.zenit.org – articolo di Egidio Chiarella)

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