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Divine presenze: 1971, “Signori si nasce…!”

Scritto da il 15 Aprile 2019

Divine presenze in questa puntata si sofferma su avvenimenti accaduti nel 1971, tra cui l’uccisione di trenta frati francescani ad opera del regime comunista.

 

C’è un inebriante profumo di vaniglia in cucina. Non so cos’è la primavera. Ancora ho tante cose nuove da scoprire. Mia madre si sposta con balzi rapidi e precisi da una parte all’altra della cucina mentre osservo i suoi movimenti oscillando con la testa. Ci sarà una festa domani, la mia festa, il mio primo compleanno.

Oggi c’è un silenzio surreale per strada. E’ il 25 aprile del 1971. Ma qui a Taranto le feste nazionali non muovono le piazze. Non siamo a Milano, a Roma o a Bologna. Qui ormai lavorano tutti. L’industria siderurgica ha risucchiato manodopera dalle campagne ma i contadini non hanno venduto la terra e hanno lasciato a lavorare le donne nei campi. Come faccio a sapere tutte queste cose? Perché la gente crede che i bambini a un anno di età non sentono e non percepiscono nulla… Che strani questi adulti… Parlano davanti a me come se non capissi nulla… Si, forse non capisco nulla… ma poi un giorno capirò… Tutto quello che entra non esce senza aver prodotto i suoi effetti… Come la pioggia e la neve, scendono giù dal cielo… (canticchiando…).

La porta che dà sul pianerottolo è aperta e la mia vicina entra in casa dando appena un colpo di voce. In questi anni è così: si vive una promiscuità ormai del tutto estinta. Mia madre, senza interrompere il suo lavoro in cucina racconta alla vicina che mi ha portato dal pediatra per un controllo e che sto bene. Poteva chiedermelo, glielo avrei detto io… Ah, sì, giusto… non so ancora parlare… ci vuole tempo.

Così, come si fa quando si tira fuori un bel libro già letto decine di volte, per il gusto di coccolarsi e di andare sul sicuro senza avventurarsi in una nuova lettura, ripete alla vicina la storia della mia nascita. Lo farà tante altre volte, tutte le volte che sentirà di ritornare a quella “divina presenza” che aveva reso lei madre per la seconda volta, in modo del tutto inatteso, e me una creatura viva.

Due anni prima mia madre aveva combattuto con un fastidioso problema alle ovaie. Il medico della mutua aveva sentenziato che non avrebbe mai più potuto avere figli e che doveva valutare una soluzione chirurgica definitiva. La notizia l’aveva gettata nello sconforto. Era ancora giovane, desiderava un’altra gravidanza e poi, finalmente anche il benessere economico entrava in casa con lenta ma incedente baldanza. Lavatrice nuova, televisore grande, le prime gite fuori porta, l’automobile… Mio fratello era ormai pronto per le scuole elementari e tutto era ormai come “compiuto” ma in casa si viveva un’atmosfera “rassegnata”.

Mio padre si dedicò a prepararsi a prendere quel diploma che non aveva voluto conseguire a tempo debito, sperando (giustamente) in un avanzamento di carriera, che poi di fatto sarebbe avvenuto.

Ma una mattina dell’estate del 1969 mia madre avvertì qualcosa di insolito dentro di sè. Non poteva essere… il medico della mutua era stato categorico. Non ci potevano essere nuove gravidanze. Sua sorella aveva da poco preso un lavoro da bambinaia presso un istituto di infanzia abbandonata vicino casa.

Una struttura ben organizzata retta dalla Provincia: un via vai di donne che partorivano depositando i loro figli per poi ritornare prontamente dopo nove mesi. I bambini abbandonati si contavano a decine ogni anno. Si sperava di adottarli in tenera età per dare loro una famiglia ed una speranza per il futuro. Chi poteva dare un consulto migliore a mia madre se non una esperta (e non laureata, come il medico della mutua…) levatrice di prostitute? Così decise di farsi visitare da una di queste operatrici, una persona pratica e spiccia, come sicuramente occorre essere in certi ambienti, che quando la controllò esclamò commossa a mia madre: “Ma tu sei in cinta…!”.

Le sante levatrici di Israele salvarono i bambini maschi da morte certa e questa donna bassa e tarchiata mi salvò da un raschiamento già prenotato alla mutua. Spettò a lei, ovviamente, portarmi alla luce nell’aprile del 1970, Domenica in Albis alle 4,20 del mattino, quando il gallo della fattoria di fronte cantò alle prime luci dell’alba.

Lo so… ci vuole proprio un gran coraggio a mandare un brano come questo, ma non è colpa mia… questa era la musica “ricercata” che circolava nel 1971. Eravamo in pieno “progressive” e, come raccontavo, da bambini si fa finta di non ascoltare… Ma poi, dopo, negli anni, queste canzoni hanno avuto un nome e degli esecutori, scoperti per caso, magari curiosando tra i vinili di quelli più grandi di me. A Taranto questi dischi a volte erano introvabili. Bisognava ordinarli: così volavano nell’aria le note delle Orme, dei Collage, della PFM, del Banco di Mutuo Soccorso e di questo gruppo, apparso e scomparso nel giro di pochi anni, che però aveva un leader importante. Parliamo dei Delirium e di Ivano Fossati. Non voglio annoiarvi con questa archeologia musicale, ma era solo per ribadire che i bambini sentono, sentono tutto e diventano la musica che ascoltano, diventano l’aria che respirano, diventano la fede che li circonda. Per questo molto spesso è più facile che una divina presenza sia accolta da un bambino che da un adulto. Perché una divina presenza è un po’ come il rock progressive…. Ti invita ad una danza e ti solleva in alto e a musica finita ti resta dentro il passaggio di un angelo che ti ha lasciato una traccia soprannaturale.

La storia dei Delirium si riassume quasi tutta in questo album, “Dolce acqua”, che conteneva brani sperimentali caratterizzati dal suono del flauto traverso di Ivano Fossati e nella partecipazione, l’anno dopo, al Festival di Sanremo con Jesahel, che divenne un vero e proprio tormentone.

Onestamente avrei voluto proporvi un’altra traccia di questo album, Johnnie Sayre (Il perdono), il cui testo è tratto da una poesia della Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters ma non so… sono indeciso, perché è un po’ triste e struggente anche se è bellissima. Parla di un ragazzo che da grande avrebbe voluto guidare i treni e che per vivere da vicino il suo sogno, marinava la scuola per salire sui vagoni in corsa di passaggio dal suo villaggio. Ma una mattina quel balzo non riuscì e il ragazzo finì sotto le rotaie depositando su quei binari la sua vita e i suoi sogni da ferroviere:

Padre, tu non sai l’angoscia del momento in cui la ruota di quel treno fu su di me e ti chiedo perdono. Mentre mi portavano giù per la collina, vidi ancora la scuola che saltavo per salire a giocare sui treni. E pregai di vivere tanto da provare il conforto di chiedere perdono a te che ancora non sapevi. Dopo venne la tua voce, le tue lacrime grandi mi bagnarono il viso, ormai non l’avrei fatto più. Padre, tu non sai l’angoscia del momento in cui la ruota di quel treno fu su di me ma ti chiedo perdono. Ok… solo un pezzetto piccolo… in fondo abbiamo tutti bisogno di perdono. Anche il perdono è una “divina presenza”.

Beh, certo non è che ad un anno vivevo solo di musica “progressive”… è chiaro che il “mangiadischi” a 45 giri offriva ben altra musica e poi la pubblicità, quella del Carosello, era un vero e proprio oggetto di culto. “Bambini, vedete il Carosello e poi tutti a letto”… senza discutere o fiatare. Che poi c’era poco da ribellarsi: onestamente, dopo il Carosello, la cosa più allegra che trasmettevano era la “Tribuna politica”… beh allora certamente era meglio andare a dormire…

Ma il 1971 ci riserva ancora tante altre “divine presenze” e per questo riportiamo in questa puntata agli antichi splendori le nostre inossidabili e sempreverdi speaker Maria Rosa Leotta e Carla Magrelli. Salute a voi e bentornate a “Divine presenze”.

Vi ho concesso un po’ di respiro in queste settimane ma ora vi voglio allegre e pimpanti perché dobbiamo raccontare due storie che ci legano a questo anno 1971.

Cominciamo con l’Italia per concludere poi, come di consueto, riportandoci nei Balcani, con due vicende particolarmente curiose e assolutamente sconosciute al grande pubblico.

Carla Magrelli ci racconterai di una “divina presenza” in Liguria che vide la sua conclusione proprio il 5 ottobre 1971, anche se, a voler essere precisi, ci fu una appendice con un’ultima apparizione nel 1986. Siamo a Balestrino, in provincia di Savona, nell’entroterra ligure tra Albenga e Borghetto Santo Spirito.

Cosa è accaduto da queste parti?

(voce di Carla Magrelli, qualche intervento di Danilo)

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Madonna di Monte Croce

In questo luogo, più esattamente presso Monte Croce, hanno avuto luogo numerose apparizioni della Madonna a Caterina Richero durante un arco di tempo che va dal 1949 al 1986. L’accoglienza della Chiesa locale fu subito aperta e favorevole, tanto che il vescovo di Albenga-Imperia, monsignor Mario Oliveri, nel 1991 autorizzò la preghiera pubblica presso il sito delle apparizioni e, il 7 ottobre dell’anno successivo, volle presiedere la solenne incoronazione della statua della Vergine venerata presso la cappella di Monte Croce, auspicandone la devozione quale «Madonna della Riconciliazione e della Pace».

[…] Bene almeno questa volta non è andata come a Ghiaie di Bonate…

Si e no… diciamo che anche in questo caso ci sono state alterne vicende. Tuttora non è ancora giunto il pronunciamento ufficiale dell’autorità ecclesiastica preposta al riconoscimento della soprannaturalità delle apparizioni, ma, pur mantenendosi sui giusti canoni della prudenza, all’inizio la devozione almeno non fu manifestatamente repressa.

La protagonista di questa vicenda, scelta dalla Vergine per dare all’umanità nel secondo dopoguerra un messaggio di speranza fu Caterina Richero, una ragazza nata in una umile famiglia di contadini il 7 ottobre 1940 presso Bergalla, la frazione più elevata di Balestrino. Prima di quattro fratelli, Caterina trascorre serenamente la sua infanzia in un clima di semplicità ed essenzialità che all’epoca erano le caratteristiche comuni della vita della gente dell’entroterra ligure.

Una vita normale, dunque, fino all’età di nove anni, fino a quel 4 ottobre 1949, giorno che imprime una svolta radicale all’esistenza della piccola Caterina.

Alla piccola veggente si manifesta un angelo del Signore che la introduce alle apparizioni della Vergine Maria che dureranno dal giorno successivo, 5 ottobre 1949, fino al 1971 con un’ultima apparizione molti anni dopo il 5 novembre 1986, per un totale di 138 apparizioni.

Attraverso numerosi messaggi, la vita della piccola Caterina fu trasformata in una testimonianza di fede e umiltà alla scuola della Madonna che a lei, di appena nove anni, presentandosi come l’Immacolata Concezione, già chiedeva sacrificio e preghiere, secondo quello che già era stato tipico delle apparizioni mariane più care alla devozione popolare: La Salette, Lourdes, Fatima, solo per citare i casi più noti, nei quali la Vergine Maria, apparendo a dei bambini, semplici e piccoli secondo la logica evangelica, ha avanzato loro delle richieste in termini di sacrificio e di preghiera cui non pochi “grandi” avrebbero faticato a corrispondere…

La veggente diviene così capace di affrontare le difficoltà che fin dal principio si presentano: da una parte l’incredulità di molti, dall’altra la diffidenza e lo sprezzo di quanti ritengono trattarsi di un inganno.

La risposta di Caterina è l’obbedienza, nell’attenersi alle disposizioni del vescovo che, per prudenza, arriva a proibirle di recarsi sul Monte Croce, dove era avvenuta la prima apparizione. Una obbedienza che viene però ripagata dal Cielo, si direbbe, poiché ella continua ad avere apparizioni presso l’abitazione della famiglia.

Il Monte Croce, situato appena sopra località Balestrino, con un’altezza di 756 mt sul livello del mare, diventa però centrale nell’ultima apparizione, quando l’Immacolata dice a Caterina: “Sul monte Croce troverete la luce e la forza, ed Io, in questo luogo, vi otterrò numerose grazie”.

Il santuario oggi appare semplice, essenziale, edificato con le offerte dei fedeli e custodisce la statua della Madonna che è venerata in una cappella. Questa effige venne incoronata solennemente il 7 ottobre 1992, da mons. Mario Oliveri, che l’anno precedente aveva autorizzato la preghiera pubblica e la devozione alla “Madonna della Riconciliazione e della Pace”.

Le date sono significativamente legate alla preghiera che tante volte la Vergine raccomanderà a Caterina: il 7 ottobre è la data di nascita della veggente e il 7 ottobre viene incoronata la statua della Madonna custodita nel santuario. È in tal giorno che la Chiesa festeggia la “Madonna del Rosario”, facendo in particolare memoria della vittoria di Lepanto del 7 ottobre 1571 allorché, per intercessione della Vergine, venne arrestata l’avanzata dei Turchi verso il cuore dell’Europa.

Salvo alcune eccezioni, tutte le apparizioni avvengono il giorno 5 del mese fino al 5 ottobre 1971, quando la Madonna disse a Caterina: “Questa è l’ultima volta che vengo in mezzo a voi. Verrò un’altra volta solo per te, ma la data ti resta sconosciuta”. Dopo 15 anni, il 5 novembre 1986, la Madonna le apparve ancora un’ultima volta, presso la sua abitazione.

Nei messaggi il primo richiamo è senz’altro quello alla preghiera del Rosario per gli ammalati, la pratica dei primi nove venerdì del mese, ma anche un duro monito a non vivere questa esperienza soprannaturale come un fenomeno di spettacolo e a moderare il parlare sconveniente.

“Concederò le grazie a tutti coloro che le meritano e a chi avrà una dovuta disposizione d’animo” si legge in un messaggio, l’animo del mendicante, dell’uomo che si accorge di aver bisogno di tutto e di non aver nulla da offrire in cambio.

La Madonna rivelerà diversi segreti a Caterina ma il 5 maggio 1954 fu il giorno del “grande segno”. Durante l’apparizione il sole assunse la forma della croce. I presenti che assistettero al prodigio celeste si inginocchiarono, mantenendo lo sguardo fisso nel sole. Durante gli anni delle apparizioni i rapporti con i vescovi che si sono succeduti non sono stati sempre favorevoli: l’apparizione del 5 agosto 1955 ebbe luogo ad Albenga, in conseguenza della obbedienza di Caterina alla autorità ecclesiastica che le impedì di recarsi a Monte Croce. La Madonna dimostrò di gradire: “Come mai ti trovi qui?” chiese a Caterina; e quella: “Mi trovo qui per ordine del Vescovo e ho voluto obbedire alla Chiesa. Mi è costato sacrificio, ma l’ho fatto volentieri per farti contenta”. La Madonna le rispose: “Hai fatto bene. Sono contenta e Gesù ne terrà conto”.

(fine voce di Carla Magrelli)

Ma cosa si deve fare per farsi credere? Mah forse aveva ragione il grande Antonio De Curtis, in arte Totò, “Signori si nasce e modestamente io… lo nacqui”! Se hai origini umili, se sei nato tramite le mani di una levatrice in casa tua e non nella clinica super-attrezzata, se hai condotto una vita normale, puoi essere davvero protagonista di una “divina presenza”? Ma cosa si deve fare per convincere il mondo che ci circonda delle nostre reali intenzioni e della verità delle nostre esperienze spirituali? Aveva ragione Gesù nel Vangelo di Luca (16,30): “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non si convinceranno neanche se uno risorgesse dai morti”.

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Paolo VI con il generale Tito

E intanto nel 1971 accade un altro fatto insolito: Paolo VI riceve in Vaticano il leader jugoslavo Josip Broz Tito e la sua consorte. La visita avvenne il 29 marzo 1971. Jovanka, la moglie, vestiva un abito lungo col velo. Tito era in nero, con cilindro. Fu l’ultimo cilindro ad entrare in Vaticano. Il penultimo, dicevano i monsignori di curia, era entrato sulla testa del primo ministro britannico Chamberlain. Da allora i rapporti tra Jugoslavia e Santa Sede, ufficialmente, si sono mantenuti buoni, senza evidenti problemi. Se la Jugoslavia, infatti, era stato l’ultimo paese comunista a rompere col Vaticano, fu poi anche il primo a ristabilire le relazioni diplomatiche, con un protocollo firmato a Belgrado, il 25 giugno 1966, dal cardinale Agostino Casaroli.

Questa visita si inseriva in un periodo particolare nei Balcani: alla fine degli anni Sessanta si era creato un movimento politico nella Repubblica socialista federativa di Jugoslavia per chiedere maggiore autonomia culturale, politica ed economica a favore della Croazia. Il movimento prese in seguito il nome di “Primavera Croata”. Oltre alle rivendicazioni di carattere linguistico, gli accademici e gli studenti rivendicavano una autonomia culturale ed economica della Croazia rispetto alle altre regioni balcaniche. Sembrava crescere un germoglio di speranza e di libertà, ma verso la fine del 1971, anche per le pressioni sovietiche che non vedevano di buon occhio queste spinte autonomistiche la “Primavera Croata” fu domata con arresti e repressioni.

Eppure qualcuno approfittò di questi mesi di tregua per fare luce su una triste vicenda di qualche anno prima. Spostiamoci a Siroki Brieg e con la voce appassionata ed emozionata di Maria Rosa Leotta andiamo a scoprire che cosa hanno ritrovato i frati della Parrocchia di quella località proprio nel 1971, quando la polizia era distratta e i frati poterono agire indisturbati scavando nel giardino del convento.

(voce di Maria Rosa)

Intanto precisiamo che Siroki Brieg si trova a circa trenta km da Medjugorje, nell’attuale Bosnia-Erzegovina. Molti pellegrini che si recavano a Medjugorje, facevano una deviazione per andare a trovare Padre Jozo, il parroco che accolse i giovani veggenti e che poi fu trasferito proprio a Siroki Brieg. Il frate raccontava ai fedeli la sua personale testimonianza e pregava insieme a loro raccontando anche la vicenda che aveva marcato la sua stessa storia vocazionale e la sorte di quel luogo.

Durante la dominazione turca, dodici francescani originari del posto decisero di costruire un monastero come segno della fede. Si sistemarono in questo piccolo villaggio di Siroki Brieg e, dopo aver comprato a caro prezzo un grande appezzamento di terreno, iniziarono a costruire la chiesa dedicandola alla Madonna Assunta in Cielo. Subito iniziarono anche i lavori per edificare il monastero e successivamente un edificio da adibire a seminario. Nelle vicinanze edificarono un centro scolastico che comprendeva anche una scuola ginnasiale ove i frati insegnavano alle giovani generazioni della Bosnia-Erzegovina. Venne pure costruita una casa per tutti quelli che venivano da lontano per frequentare la scuola. Così, il luogo divenne un centro culturale cristiano ed il santuario si trasformò in un simbolo per l’Erzegovina.

Così racconta Padre Jozo in una sua celebre testimonianza: il 7 febbraio 1945, i partigiani comunisti decisero di distruggere dalle fondamenta il simbolo cristiano e sradicare dal cuore del popolo la fede cattolica e la benevolenza e la riconoscenza verso i frati francescani.

Arrivati a Siroki Brijeg alle tre del pomeriggio hanno trovato nel monastero trenta religiosi; molti di loro erano professori nel ginnasio alle spalle del monastero.

I comunisti hanno detto: “Dio è morto, Dio non c’è, non c’è il Papa, non c’è la Chiesa, non c’è bisogno di voi, andate anche voi nel mondo a lavorare”. Con minacce e bestemmie hanno cercato di persuadere i frati a lasciare l’abito religioso. Essi hanno risposto: “Noi siamo religiosi, consacrati, non possiamo lasciare il nostro abito”. Allora, un soldato arrabbiato ha preso la Croce e ha buttato il Crocifisso sul pavimento. “Ecco, ha detto, adesso potete scegliere la vita o la morte”.

Ognuno di loro si è inginocchiato, ha abbracciato e baciato Gesù; stringendo la croce sul petto, ognuno ha detto come San Francesco: “Tu sei il mio Dio, il mio Tutto”. Alcuni frati erano professori molto famosi, avevano scritto molti libri e manuali per la scuola. Ma essi non hanno abbracciato i loro libri e detto: “Voi siete per me tutto”. No! Hanno abbracciato Gesù, il Maestro! Pieni di odio e di livore, i persecutori allora hanno preso i frati ad uno ad uno, li hanno portati fuori dal convento e li hanno uccisi; poi hanno cosparso di benzina i loro corpi e li hanno bruciati.

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Frati Siroki Brijeg

I frati sono andati incontro alla morte pregando e cantando le litanie della Madonna. Queste cose sono state testimoniate dai militari che facevano parte del plotone d’esecuzione. Uno di quei soldati è rimasto scioccato dal comportamento eroico dei frati. Lui ha raccontato: “Fin da bambino, nella mia famiglia, ho sempre sentito dalla mamma che Dio c’è, Dio esiste. Al contrario, Lenin, Stalin, Tito avevano sempre affermato e fatto di tutto per inculcare in ciascuno di noi: Dio non c’è, non esiste! Quando le circostanze della vita mi hanno portato a trovarmi di fronte ai martiri di Siroki Brijeg e ho visto come quei frati hanno affrontato la morte, pregando e benedicendo i loro persecutori, chiedendo a Dio di perdonare le colpe dei carnefici, allora mi sono risuonate chiare le parole di mia madre e ho pensato: la mia mamma aveva ragione, Dio c’è, Dio esiste!” Quel soldato, oggi, è convertito ed ha un figlio sacerdote e una figlia suora.

Nella loro furia, oltraggiarono e cancellarono la scritta sulla pietra posta sopra l’ingresso principale del convento su cui era scolpito il nome di Dio e la dedicazione alla Madonna Assunta.

Il santuario è il più grande in tutta la Bosnia Erzegovina: è un simbolo, un segno. I comunisti hanno pensato che distruggendo il “segno” sarebbe finita anche la fede. Invece, la fede è cresciuta e si è sviluppata sotto il manto e la protezione della Madonna. Anche i nostri martiri francescani sono cresciuti e vissuti avvolti dal manto della Madonna. I corpi dei trenta testimoni della fede sono rimasti nascosti sotto terra per anni e anni; non si poteva nominarli né fare alcuna commemorazione. Ma il sangue dei martiri gridava ed era di esempio per tutti, così sono fiorite nei cuori nuove vocazioni e la chiesa e la fede sono cresciute come albero rigoglioso.

In quel tempo, ricorda padre Jozo, io avevo 4 anni e mi ricordo come spesso i miei genitori raccontavano ciò che era capitato ai frati. E questo avveniva anche in tante famiglie di miei coetanei. Nel nostro cuore cresceva sempre più il desiderio di imitare i nostri martiri e diventare frati noi stessi.

Una settimana dopo l’eccidio di Sìroki Brijeg, i comunisti andarono a Mostar e nel convento trovarono sette frati. Pur sapendo cosa era accaduto a Siroki Brijeg, essi avevano deciso di non scappare ma di rimanere nel monastero, offrendo la loro vita per la pace e per il bene di tutta la Chiesa.

Tutto rimase in silenzio, in quel giardino sommerso da rovi e sterpi. Nessuno poteva avventurarsi a scavare. Nel 1971 i resti dei frati furono traslati in Chiesa nell’attesa che gli eventi futuri permettessero la costruzione di un luogo idoneo che li potesse accogliere per la preghiera e la devozione dei pellegrini.

Con il contributo dei fedeli e la passione dei frati quel giardino ora è ripulito e risistemato e il vecchio rifugio antiaereo, luogo del martirio di questi frati è visitabile da chiunque desideri interrogarsi sul mistero della propria vita e della propria personale chiamata vocazionale alla santità. 

(fine voce di Maria Rosa Leotta)

Ve l’avevo detto… i bambini ascoltano tutto e poi elaborano, meditano, sognano… Padre Jozo ha realizzato il suo sogno di diventare frate per riscattare i frati martiri di Siroki Brieg. E tu, quale “divina presenza” stai sognando di rincorrere? Guardati alle spalle… guarda… lo vedi… è lì… proprio lì…

E con le note finali della sigla ringraziamo come sempre Andrea Campisano alla regia e al montaggio audio, Carla Magrelli e Maria Rosa Leotta per il contributo in lacrime e voce in questa delicata e forse un po’ malinconica puntata, che può essere riascoltata in podcast su radiopiu.eu. Grazie per i suggerimenti che arrivano sui social… ci incoraggiano a provare a scavare anche noi altre buche come a Siroki Brieg, ma non nel giardino di casa, ovviamente, ma nella storia di questi ultimi decenni. Sempre e solo alla ricerca di “divine presenze”.

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