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Divine presenze: 1968, “Aria di rivoluzione”

Scritto da il 23 Maggio 2019

Divine presenze e il 1968, anno di grandi cambiamenti e rivoluzioni socio-politiche nel nostro paese.

Mio padre in giacca e cravatta? E quando mai? Forse il giorno del suo matrimonio ma poi… mai visto… Strano anche che si sta preparando solo lui. Mia madre continua a macinare le sue normali faccende in cucina.

Sono le dieci del mattino di una tiepida giornata di fine maggio. Questo sabato niente scuola… ogni tanto succede. Tanto come si diceva una volta “il grosso è fatto”. Poi in quarta elementare tutte queste domande non te le fai. Non si va e basta, meglio così. In realtà un motivo c’è sempre. A scuola ci sarà una grossa disinfestazione prima che venga trasformata a giorni in seggio elettorale. È un gran fortuna frequentare una scuola che di tanto in tanto diventa un seggio elettorale. Specie in anni come questo, il 1979, in cui i governi nazionali durano pochissimo. E ad ogni elezione: scuola chiusa!

Non sono mesi facili: è passato poco più di un anno dalla morte di Aldo Moro e si respira un’aria di grande confusione. In casa mio padre si è impossessato da mesi del televisore e non lo molla. Sono costretto a inventarmi i giochi più strani per passare il tempo da solo chiuso in camera per non sopportarmi le continue trasmissioni di politica. Si parla, si parla tanto… In camera ho tanti dischi usati a 45 giri che mio zio aveva rimediato da un amico che aveva dismesso un vecchio juke-box. Erano tanti, quasi una cinquantina, per l’epoca un vero tesoro. Con un mangiadischi portatile infilavo questi dischi l’uno dopo l’altro giocando ad un mestiere che ancora non era stato inventato in Italia: il disk-jockey. Si, infatti, mentre li infilavo li commentavo, come qualche volta avevo sentito fare in radio, in una trasmissione che raramente potevo sentire d’inverno, dato l’orario e che si chiamava “Hit Parade” dove però avvenivano anche cose strane. Tipo che la sigla per bambini superava in classifica il disco di importanti formazioni britanniche, come i Queen.

Intanto mio padre ha occupato il bagno e si improfuma… strano, davvero strano. A quest’ora…

Saluta al volo mia madre che non sembra né sorpresa né troppo disturbata da questa trasformazione. Sento che arriva giù con l’ascensore e naturalmente la curiosità mi prende. Dove starà andando?

Unico modo per saperlo è affacciarmi dal balcone esterno. Abito al sesto piano ma nessuno si preoccupa che mi affacci da solo. Ormai sono grande. O almeno, così hanno deciso i grandi. A un certo punto decidono che non hai più l’età per fare certe cose. Se poi lo fai, lo considerano un suicidio d’amore…

In effetti sentivo dei rumori strani dalla strada… Ma cosa ci fa tutta quella gente ai bordi del marciapiede? C’è persino una macchina della polizia che pattuglia all’angolo. Però, se nessuno mostra segni di paura vuol dire che non deve trattarsi di qualcosa di male.

Dopo qualche minuto dalla via principale sbuca una grossa vettura nera con dei lampeggianti che si ferma precisamente di fronte al mio palazzo. Qualcuno apre dall’esterno le portiere e vedo uscire un signore anziano, ritto, ben messo, in abito blu scuro, oggi direi un “doppiopetto”. Saluta frettolosamente la gente lì vicino. E scorgo tra questi anche mio padre. È diretto al palazzo di fronte, al primo piano. Ho sentito i miei tante volte parlare di quella famiglia che abita lì. È proprietaria addirittura di due grandi appartamenti, ma hanno anche altri beni in un paese vicino. So che uno di loro, un avvocato, è molto impegnato in politica con ruoli importanti, ma in realtà lo vedo di tanto in tanto in salumeria a fare la spesa. A me sembra un uomo come tanti. Anche abbastanza sorridente, basso e tarchiato, non mi mette molto in soggezione.

Mio padre li conosce abbastanza bene, ogni tanto li vedo chiacchierare insieme. Certo siamo a livelli diversi. Noi abbiamo ancora un mutuo da pagare e a stento siamo riusciti ad acquistare una vettura comoda per tutta la famiglia mentre loro hanno anche due grossi cani da mantenere ed hanno persino la servitù in casa.

Però che noia deve essere avere la governante, mi ricorda tanto la signorina Rottenmeier, quella che accudiva Clara nel cartone animato di Heidi… Misericordiaaaaa….

Mio padre allunga la mano verso il misterioso ospite di onore e lo saluta cordialmente. Da sopra è troppo lontano per capire cosa si dicono. Poi “l’uomo in blu” sale al primo piano con un piccolo codazzo di gente. Ovviamente mio padre non va con lui. Resta a chiacchierare un po’ con la gente del quartiere e dopo qualche minuto lo vedo risalire a casa.

Una vera “divina presenza” a due passi da me… chi mai sarà stato quest’uomo. La porta di casa si apre e mio padre entra di corsa verso il bagno. Ma riesco a vederlo almeno solo per un istante. I suoi occhi sono commossi di emozione. Non so dire se era felice o meno, ma certo si avvertiva che sentiva di aver compiuto qualcosa di importante nell’andare a salutare quell’uomo.

Lo so, volete sapere chi era… Dovete pazientare ancora un po’. Per capire cosa era realmente accaduto quella mattina di maggio del 1979 ci ho anch’io messo qualche settimana. Quindi, attendete ancora qualche istante.

In realtà tutto è stato chiaro quando ai primi di giugno furono trasmessi i risultati delle elezioni politiche. Per me quei simboli erano tutti uguali, quadratini colorati che non mi trasmettevano alcuna emozione né ovviamente sapevo a nove anni che differenza c’era tra destra, centro e sinistra.

Però ho scoperto che la gente si appassionava a quei simboletti colorati, a volte mi dava l’idea che era una alternativa al tifo calcistico. Così ho intuito che a mio padre piaceva tanto un simboletto che all’epoca andava tanto e che molti operai dell’industria siderurgica votavano per quel misterioso e a volte enigmatico partito di sinistra. Mentre molti altri in Italia ne preferivano un altro, più essenziale, con uno scudo inserito dentro. E poi tanti… tanti altri… per me erano come i cartelli stradali, dovevano avere un significato che però avrei approfondito solo quando mi sarebbe stato possibile guidare una macchina.

Come sempre accade le elezioni politiche quell’anno non le ha vinte e non le ha perse nessuno e come sempre non ci si metteva mai d’accordo. Alla fine fecero il solito compromesso che a mio padre, ovviamente non piacque. Fino a che la vita ha ripreso a scorrere tranquillamente lasciando che l’estate cancellasse i clamori di quella elezione e fortunatamente anche i dibattiti politici.

Ah, sì giusto, scusate. Volete sapere chi era quell’uomo… Si, certo, poi lo chiesi a mio padre… sotto l’ombrellone in un clima molto serafico.

Era Giorgio Almirante. Era venuto a Taranto per sostenere la candidatura al Senato del mio vicino di casa. Ma qualcosa non mi tornava: ma se mio padre era di sinistra, come poteva averci tenuto così tanto a dare la mano ad un uomo di destra? Mi feci coraggio e glielo chiesi…

“E’ un uomo delle istituzioni, un uomo che sta dando la vita per la nostra nazione e per la nostra patria. Abbiamo idee completamente diverse, ma quel giorno lui è venuto nella nostra via e dovevamo accoglierlo com’era giusto che fosse. Dobbiamo rispettare i nostri governanti, anche quelli che non ci piacciono. C’è gente che è morta per la nostra libertà di pensiero. Non è un mio nemico, forse un mio avversario…”.

Da allora quei simboletti cominciarono a rappresentarmi qualcosa, partì una sorta di curiosità per capire chi c’era dietro quei disegnini, delle persone, dunque, non solo dei segni. Gente che lavora per me, per noi…

Ma soprattutto qualcuno da rispettare, da affrontare, ma mai da offendere. Così quella sera, tornando a casa, rinunciai a giocare e mi fermai ad ascoltare con mio padre per la prima volta in televisione le parole di Enrico Berlinguer.

divine

Enrico Berlinguer

Forse molti non sanno che la preghiera dei fedeli che celebriamo a Messa soprattutto la domenica probabilmente nasce proprio come intercessione per i nostri governanti. Essa trae origine dalla prima lettera di san Paolo a Timoteo al capitolo 2: «Ti raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per quelli che stanno al potere, perché possano trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità» (1 Tm 2,1-2). Non si conosce con precisione il momento storico in cui la preghiera dei fedeli ha trovato posto nella celebrazione eucaristica. San Giustino, nella metà del secolo II, afferma che dopo le letture e l’omelia si facciamo le preghiere comuni per noi stessi, per colui che è stato illuminato (cioè battezzato) e per tutti gli uomini, ovunque si trovino…» (Apol. I,65).

Ognuno di noi si lamenta del tempo che vive e anche dei politici che si ritrova solo perché ha dimenticato o non ha conosciuto quello che è passato.

In questa puntata parliamo dell’anno simbolo a noi più vicino dei mutamenti socio-politici, il 1968, anche se il racconto ascoltato poco fa era più recente, del 1979, appunto.

Ma quegli anni sono stati abbastanza simili dal punto di vista politico. Governi instabili, governi balneari, governi ponte…  e la Chiesa che si muoveva oscillando tra la diffusione faticosa del Concilio Vaticano II e gli ardori tradizionalisti che lo negavano e lo ostacolavano più che potevano.

Chi vincerà? Non lo possiamo dire neanche oggi. Era una lotta eterna che finiva non solo per influenzare gli spasmi giovanili nei licei e nelle università ma anche le scelte più pratiche, quelle che oggi chiameremmo “vocazionali” dei giovani degli anni a cavallo tra i sessanta e i settanta.

Per questo d’estate c’era chi faceva un campo di lotta proletaria e chi ne faceva uno di lotta cattolica.

Obiettivo: farcirsi la testa di ideologie e convincere i più che il mondo poteva cambiare in meglio, con più libertà o con più giustizia. O con l’una e l’altra, fate voi…

In fondo gli ideali erano pure abbastanza simili, non certo i mezzi per raggiungerli. Ma questo che importa…

Forse è meglio lasciarci raccontare qualcosa di più preciso da chi in quegli anni aveva già superato la maggiore età. A te la parola, Maria Rosa Leotta, bentornata a Divine Presenze.

(voce di Maria Rosa Leotta)

Grazie. In questa puntata però mi coinvolgi ancora di più a livello emozionale, perché sai che quelli del ’68 sono stati proprio gli anni della mia gioventù. Quanti ricordi e quanti avvenimenti hanno segnato la mia vita in quel periodo.

Nella mia Diocesi in Sicilia affiancavo la responsabile dell’ufficio missionario e così partecipavamo agli incontri nazionali che venivano organizzati sia a Milano che ai campi estivi sulle Dolomiti.

Conobbi tante persone ed un missionario Saveriano che mi invitò a partecipare ad un campo che si teneva a Salerno e che poi si sarebbe ripetuto negli anni successivi.

La partecipazione a quest’esperienza ha segnato in modo particolare la mia vita. C’erano giovani da tutta Italia, più di settanta, impegnati a raccogliere ciò che la società scartava per finanziare alcuni progetti in terra di missione. Per un intero mese, a settembre del 1968, a gruppi e poi in modo alternato, ci venivano assegnati dei compiti.

Facevamo anche del volantinaggio, si raccoglievano gli indumenti con un furgoncino o con una Apecar, messa a disposizione da qualcuno in prestito. Poi c’era chi si occupava della cucina e dell’approvvigionamento dei viveri. Si andava al mercato a fine orario per risparmiare o talvolta per ricevere gratuitamente la merce invenduta e si preparava il pranzo.

Nel pomeriggio c’erano gli incontri di lettura e approfondimento di alcuni documenti del Concilio Vaticano II da poco concluso.

Si dava molto spazio al decreto conciliare “Ad Gentes”, che tratta proprio dell’attività missionaria nella Chiesa. Poi seguiva la celebrazione della Messa con i canti nuovi accompagnati dalla chitarra.

A questo proposito mi ricordo il commento di una signora che disse: “In Chiesa voglio una musica che mi faccia congiungere le mani e non battere i piedi”. Ma noi battevamo sia le mani che i piedi.

[…] Mi hai fatto ricordare di un canto che abbiamo sentito insieme a Medjugorje e che mi ha fatto rizzare i capelli e dopo cambiare persino automobile….

Sì, quando lo abbiamo sentito insieme io lo ricordavo benissimo mentre tu lo sentivi per la prima volta. Una canzoncina che a quel campo di Salerno si cantava spesso: “Non si va in cielo in Pininfarina, perché in cielo non c’è la benzina….

[…] Si ma oltre all’automobile nel canto poi c’era l’invito ad abbandonare anche altre cose: aeroplano, bicicletta, occhiali, ombrello, cartella scolastica, portafoglio e soprattutto… la minigonna, che immagino a quei tempi rappresentasse il massimo della trasgressione.

Difatti erano canzoncine per passare la serata, anche se però riflettevano sicuramente lo scontro politico e religioso di quei tempi.

Ma torniamo alla celebrazione, perché era tipica di quei campi di lavoro: attorno all’altare improvvisato in un salone si viveva in un clima di gioia la liturgia che da pochi anni era in italiano. La riflessione del Vangelo era una esperienza che faceva amare e gustare il tutto.

Si organizzava anche una manifestazione per la città, una marcia di sensibilizzazione per i poveri e gli ultimi che non avevano voce con cartelloni e striscioni con megafono, canti e musica. Questo è stato il mio ’68 ed anche quello di tanti altri giovani.

[…] Per me che sono venuto dopo viene però un dubbio: non è che si rischiava di contrappore a manifestazioni politiche, di destra o di sinistra, altre manifestazioni pacifiche ma comunque simili, diciamo di “centro”?

Non c’era forse il rischio di trattare ad armi pari le questioni calde della morale di quel tempo, invece di lasciare che la Chiesa vivesse le sue “divine presenze” in modo più intimo o spirituale? Diciamocela tutta, i campi di lavoro sociale li faceva anche la sinistra… Perché allora andare con i missionari Saveriani?

Per quanto riguarda la mia esperienza, essendo cresciuta in ambiente cristiano cercavo quei luoghi dove si potesse approfondire e maturare il mio cammino di fede e quindi non ero ovviamente attratta da contesti alternativi. Anche nella mia classe delle superiori la maggioranza simpatizzava per partiti politici di sinistra. Con loro il rapporto era molto conviviale ma non si affrontavano questioni politiche e sociali. Certe scelte si coltivavano poi ognuno per proprio conto.

[…] Nel tuo campo di lavoro a Salerno nel 1968 come sono andate poi le cose?

Anche in quel campo di lavoro c’erano tanti giovani di sinistra, a volte anche estrema, pur essendo organizzato dai missionari saveriani e quindi era un campo cattolico. Forse non ci si facevano troppe domande. Da giovani si è sempre e comunque in ricerca.

Una cosa è certa: queste esperienze hanno fatto maturare la vocazione specifica di ciascuno. Una ragazza è entrata in un monastero di clausura di carmelitane. Sono maturate varie vocazioni sacerdotali e missionarie. Si, devo aggiungere per dovere di cronaca, che ci sono stati anche fatti non positivi, come del resto può accadere in tutti i contesti giovanili e considerando anche il fatto che quelli sono stati anni piuttosto turbolenti e poco decifrabili dal punto di vista pastorale.

[…] Mi ricordo che negli anni che ho frequentato il Seminario Romano Maggiore qualche testimone di quel periodo mi parlava persino di una sorta di “sessantotto del Seminario”, quando furono abbandonati gli abiti voluminosi dei seminaristi per un più pratico clergyman e si superarono molte barriere formative che ancora perduravano negli istituti di formazione al sacerdozio.

Però va detto anche che molte cose buone sono rimaste: le amicizie con alcuni di quei ragazzi di Salerno ancora perdurano, ma soprattutto a livello personale, lo stile di vita sobrio, la condivisione, lo sguardo rivolto al mondo.

(fine voce di Maria Rosa Leotta)

Mi viene da pensare che esiste un punto di non ritorno: la vita di un giovane incontra un momento in cui ti trovi davanti a un crocevia di strade possibili o qualcuno ti chiama in disparte e ti chiede di salvare le sorti di un popolo, di una nazione, di una città, di una fabbrica, di un cantiere. Noi sai se ci riuscirai, ma se non ci provi, di certo non lo saprai mai. Questa è la vera politica, l’impegno, la passione per le sorti comuni.

L’allenatore si sta avvicinando improvvisamente verso di me. No, ti prego, spero che non lo debba fare proprio io… non mi sento in grado, neanche degno. Perché non sceglie il capitano, perché proprio io?

Ma nel 1968 le Divine Presenze non si lasciano certo fermare dai cori alternati per le strade. E l’Italia di quegli anni è ancora fortemente divisa e frammentata. Altro che minigonne da esibire: esisteva un’Italia al sud che le gonne le portava fino alle caviglie e che non sapeva né leggere né scrivere, quindi non poteva gustare la finezza descrittiva del Concilio Vaticano II. Scendiamo al profondo sud in Calabria perché a maggio del 1968 i divini “effetti speciali” risplendono ancora una volta in un ambiente ancora oggi alquanto dimenticato.

Meglio però chiedere a chi c’è andato, sfidando strade impervie e lupare, nduja e saporitissimi latticini. Bentornato Alessandro, raccontaci che hai visto per la via?

(voce di Alessandro Sica)

Fratel Cosimo è nato il 27 gennaio 1950 da due poveri contadini della Locride. Egli, come tanti giovani poveri di allora, abbandona la scuola per aiutare la famiglia a guadagnarsi il pane e diventa pastore e contadino.

Il lavoro solitario gli consente di immergersi nella meditazione e nella preghiera, finché a 18 anni gli accade il fatto che sconvolgerà la sua vita.

Tutto comincia l’11 maggio del 1968 a Santa Domenica di Placanica, in provincia di Reggio Calabria quando questo giovane contadino torna a casa, con gli occhi bassi, curvo, portando sulle spalle un fascio d’erba.

Un bagliore gli fa alzare gli occhi e vede una gran luce su uno scoglio di pietra arenaria. Sente una voce e intravede una ragazza bellissima e splendente, della sua stessa età.

Questo colpo di luce gli cambia la vita: «Non aver paura, vengo dal Paradiso, io sono la Vergine Immacolata, la madre del Figlio di Dio; sono venuta a chiederti di costruire qui una cappella in mio onore. Io ho scelto questo luogo, qui voglio stabilire la mia dimora e desidero che da ogni paese si venga qui a pregare».

È il primo messaggio che Cosimo Fragomeni riceve dalla Madonna.

L’apparizione si ripete per quattro giorni: «Non ti mancheranno tribolazioni e sofferenze; non ti scoraggiare, io sarò con te e ti sosterrò con la mia mano; il Signore vuole farti strumento del suo amore, per la salvezza delle anime», così il secondo giorno.

E il 13 maggio aggiunge: «Ti chiedo il favore di trasformare questa valle; qui desidero un grande centro di spiritualità, dove le anime troveranno pace e ristoro. In questo luogo, Dio vuole aprire una finestra verso il cielo; qui per la mia mediazione, vuole manifestare la sua misericordia».

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Fratel Cosimo

La quarta apparizione del 14 maggio scende in concreto, sembra di sentire un’eco dei messaggi ai pastorelli di Fatima: «Se gli uomini si convertiranno, si pentiranno dei loro peccati, si confesseranno a Dio e lo ameranno con tutto il cuore, Dio si avvicinerà a loro e li accoglierà nella sua casa». E il ciclo di incontri si conclude con l’impegno di una vita: «Ecco il mio rosario, esso sia la tua preghiera quotidiana, offrilo al mio Cuore immacolato per la conversione del mondo, il trionfo del Regno di Dio, la pace delle nazioni e la salvezza dell’umanità».

Intanto attorno allo “scoglio” si moltiplicano i fenomeni inspiegabili: campane inesistenti che suonano a stormo, torrenti d’acqua che scorrono rumorosi senza apparire, arcobaleni luminosi e colorati senza nuvole né pioggia; un terremoto apre nel terreno una grossa crepa segnando il limite del fondo acquistato per il santuario e rendendo così inutili i picchetti spostati per frodo dai vecchi padroni.

E poi le guarigioni improvvise e quelle in due tempi: c’è chi lascia la carrozzella dove per anni era costretto da paralisi, come il caso di Rita Tassone che ha narrato il suo calvario e la sua guarigione in un libro testimonianza edito nel 2005.

Fratel Cosimo, con enormi sacrifici, costruisce una piccola cappella sullo Scoglio roccioso dove la Vergine è scesa dal cielo, dando inizio ai lavori di ampliamento del piazzale per accogliere i pellegrini in crescente aumento perché Fratel Cosimo manifesta anche forti carismi di guarigione e profezia.

Ma il diavolo, furioso, non tarda a molestarlo, procurandogli tentazioni e assalti fisici e attaccando anche il cantiere. Più volte i mezzi meccanici si bloccano per guasti misteriosi, e riprendono a funzionare solo dopo la benedizione di Fratel Cosimo. Muri e impalcature crollano all’improvviso sugli operai, che ne escono miracolosamente indenni.

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Nostra Signora dello Scoglio

Fratel Cosimo ha affidato l’opera a san Michele Arcangelo e sul tetto della chiesa viene più tardi collocata proprio la sua statua, in segno di protezione e di vittoria contro satana.

Oggi il desiderio espresso dalla Madonna si è compiuto: lo Scoglio è diventato un santuario a cielo aperto ed è stato riconosciuto luogo di culto dal vescovo Giuseppe Morosini il 7 dicembre 2008.

Delle parole di Maria, Cosimo ha fatto il suo programma di vita. Il suo silenzio è diventato il muro di cinta del suo eremitaggio spirituale. Della sua umiltà si è vestito cantando ogni giorno il Magnificat. Lo testimonia nelle parole e negli incontri coi pellegrini che lo cercano per confidarsi e pregare insieme. Ogni settimana fissa duecento incontri, metà al mercoledì e metà al sabato.

(fine voce di Alessandro Sica)

Maghi tremate, le streghe son tornate. Consumate di più, vivrete di meno. Fascisti, borghesi, ancora pochi mesi. Il padrone ha bisogno di te, tu non hai bisogno di lui. La fantasia al potere. Non comprare la tua felicità, rubala. Sotto i sampietrini c’è la spiaggia. Una rivoluzione non si vota, si fa. Apriamo le porte dei manicomi, delle prigioni, dei licei e dei nidi d’infanzia. Diamo l’assalto al cielo. La società è un fiore carnivoro. Il sapere deve essere libero e liberamente consentito. Fumate di più, studiate di meno. Oggi decidiamo noi, domani pure. Il prodotto più osceno del fascismo è l’antifascismo.

Tutti slogan di moda nel 1968. Si quest’ultimo però mi piace più degli altri… Il prodotto più osceno del fascismo è l’antifascismo. Forse la dice tutta di questo anno. È inutile prendersela con questo o quel personaggio o con questo periodo storico che poi, in fondo il 1968 è stato un anno come tutti gli altri.

Dio è al di sopra della storia e anche se qualcuno afferma il contrario, la storia non gli è mai sfuggita di mano e mai gli sfuggirà. E le cose di questo mondo finiranno quando è stabilito che finiscano.

Tanto ti ho visto al corteo… non eri anche tu lì in mezzo a loro?

Ringraziamo come sempre Andrea Campisano alla regia e al montaggio audio che sicuramente nel 1968 era fatto tutto rigorosamente “a mano”, quindi non ti lamentare troppo, anche se so che non lo fai a prescindere. Un saluto a Maria Rosa Leotta e ai suoi compagni del campo di Salerno e al mitico e inossidabile giramondo Alessandro che ci ha riportato nell’Italia del sud per raccontarci di un testimone che peraltro è ancora piuttosto attivo. La puntata può essere riascoltata in podcast su radiopiu.eu e ci lasciamo perché anche oggi le cose da fare sono tante e non vorrei che mi ritrovassi a perdere la mia quotidiana “divina presenza”.

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