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Divine presenze: 1944, ad un passo dall’abisso

Scritto da il 14 Febbraio 2019

Seconda puntata di “Divine presenze – Viaggio alla scoperta della presenza di Dio nei nostri tempi”, che ci riporta racconti accaduti in tempo di II Guerra Mondiale.

1944: E’ così difficile parlare di un tempo che non si è vissuto. Chi ha avuto la possibilità (e direi anche il desiderio e la pazienza) di ascoltare le testimonianze dei propri parenti più anziani si è arricchito tantissimo dai loro racconti. Nel visitare una mia zia 96 enne qualche settimana fa l’ho ringraziata non solo di tutto l’affetto trasmesso a noi nipoti durante la sua lunga esistenza ma soprattutto di averci regalato pagine di vita vissuta non solo attraverso le storielle, ripetute come fanno spesso gli anziani, fino alla nausea, ma anche con gesti e abitudini che hanno saputo conservare nel tempo.

Ormai parlare di fame, di bombardamenti, di fughe e rifugi antiaereo per noi sono solo “scene da film”. Ma quei racconti così vivi mi hanno calato sin dalla più tenera infanzia in una sorta di dejavu negli anni della guerra e in quelli successivi, come se la mia esistenza avesse conosciuto una sorta di “pre-esistenza”, come se la mia nascita fosse il risultato di tante altre nascite o forse anche di tante altre morti.

Mio nonno moriva il 26 di aprile del 1944, esattamente 26 anni prima della mia nascita, il 26 aprile del 1970. Coincidenze forse, chissà… Stesso numero per il giorno (26), stesso mese di aprile, stesso numero per gli anni di differenza (26). Mio nonno, impiegato nelle Ferrovie dello Stato, morì per una complicazione polmonare. Siamo all’epilogo disastroso della II Guerra Mondiale e l’esperienza fascista era agli sgoccioli. I gerarchi fascisti erano più nervosi e incattiviti del solito e così non ammettevano assenze al lavoro, neanche per una febbre forte e un’influenza. E così per il senso del dovere e la paura di ritorsioni quella bronchite divenne fatale. Una delle tante storie di disumanità comune a qualsiasi dittatura. Ma in punto di morte, raccomandò alla sua figlia più grande, questa mia zia ora 96enne, di occuparsi di tutte le altre sorelle e dell’unico fratello maschio allora adolescente. Una corona del Rosario chiuse le sue mani e la vedova consacrò la sua famiglia di sei giovani orfani alla protezione di san Francesco di Paola. Una storia comune a tante altre famiglie in quel periodo. Erano pochissime le famiglie che non avevano avuto perdite per la guerra o per le malattie e gli stenti. Molti non hanno visto più tornare i propri parenti.

Da piccolo non capivo perché le mie zie non amavano i fuochi d’artificio, che invece a noi bambini facevano impazzire. Dovevano risultare loro troppo simili al bombardamento della “Notte di Taranto”, quella tra  l’11 e il 12 novembre del 1940 quando furono distrutte tre delle cinque navi corazzate in servizio nella Regia Marina Militare per mano della Royal Navy britannica.

Eppure Dio non smise mai di far avvertire la sua presenza su quel mondo devastato dal dolore, con fare discreto regalava a quei bambini orfani la forza e la voglia di riscatto con un soffio vitale saturo di speranza.

Nessuno era depresso, triste sì, sicuramente bisognoso, ma non depresso. Queste sono malattie per i “moderni”, per chi gioca a carte con la vita. Un istinto vitale talmente forte da rimettersi in cammino, alla ricerca di una carezza divina che ognuno avrebbe ricevuto in un modo strettamente personale.

La canzone che stiamo ascoltando si intitola proprio “1944” ed è stata magistralmente interpretata da Jamala, cantante ucraina che con questo brano ha partecipato e vinto l’Eurofestival Eurovision Song Contest 2016. Quell’anno è andata male per i colori italiani perché all’Eurofestival 2016 la nostra Francesca Michielin arrivò solo sedicesima.

La canzone racconta della deportazione dei tatari di Crimea negli anni ‘40 per volere dell’Unione Sovietica di Stalin. Ad ispirare il pezzo è stata la sua bisnonna Nazylchan (che ti fanno i racconti dei nonni, possono anche farti vincere un festival internazionale…); all’epoca la bisnonna aveva circa 25 anni quando fu costretta a trasferirsi in Asia Centrale con i suoi quattro figli, una delle quali non superò il viaggio.

Cosa dice in inglese questo testo? “Quando gli stranieri arrivano, vengono a casa tua, sterminano tutti. E dicono: non siamo colpevoli. Dove è la tua mente? L’umanità piange. Pensate di essere degli dei, ma tutti muoiono. Non inghiottire la mia anima, le nostre anime. Potremmo costruire un futuro dove le persone sono libere. Per vivere e amare Il periodo più felice”.

Anche in questa puntata sono con noi in studio le nostre amabili e superlative speaker che salutiamo (Maria Rosa Leotta e Carla Magrelli). In particolare chiedo subito alla nostra voce siculo-spezzina di raccontarci brevemente la sua “divina presenza”, senza la quale probabilmente non sarebbe nemmeno qui in studio ad allietarci con la sua presenza. Maria Rosa Leotta, quale divina presenza ci vuole raccontare?

[inizio racconto di Maria Rosa]

Intanto volevo collegarmi alla esperienza narrata prima da te (don Danilo) perché mi hai fatto ricordare che anche mia mamma ed io abbiamo avuto problemi con i fuochi di artificio. Finita la guerra eravamo già in Sicilia e al mio paese in provincia di Catania avevano organizzato la festa patronale e mentre eravamo in piazza e io avevo due anni, in braccio a mia madre ebbe inizio lo spettacolo pirotecnico.

Mia mamma presa dal panico scappò piangendo perdendosi in un baleno tra la folla; venne ritrovata accovacciata con me lontano dalla gente. Mio padre non si rese subito conto per via del frastuono che c’era intorno e non vedendo più nessuna di noi due si diresse verso casa ma noi non eravamo rincasati. Questa angoscia dei “bummi” me la sono portata per tanto tempo e non posso dire che mi sia del tutto passata.

Però mi hai chiesto di parlare di un’altra cosa. La divina presenza che voglio raccontare è quella che di fatto ha permesso la mia stessa nascita, quindi parliamo proprio delle mie stesse origini. È una storia molto particolare che desidero raccontare proprio per sottolineare quanto il Signore della Vita voglia farsi spazio in ogni modo anche in un tempo di morte e distruzione. Sono nata nell’autunno del 1944 (quindi siamo in tema con la nostra puntata) nella Repubblica di Salò, quando ancora gli Americani erano fermi a Livorno, durante la ritirata dei soldati tedeschi, in un giorno di bombardamenti a tappeto.

Mia madre era in preda alle doglie e non fece in tempo ad arrivare al rifugio a monte Marcello lì vicino al nostro paese di Ameglia in provincia di La Spezia. Mentre nascevo, in una stalla, una bomba colpi l’entrata del rifugio dove si erano sistemati i nostri compaesani: morirono tutti, donne e bambini.

Questo fatto segnò molto la nostra vita e quando ritornavamo con la mamma al nostro paese di origine, passando dalla lapide che ricordava i morti di quel bombardamento, mia madre mi diceva sempre: “Qui dove c’è la lapide mancano i nostri nomi”.

I nonni allo scoppio della Guerra erano stati costretti a lasciare la casa perché era vicino a un enorme deposito di munizioni della Marina Militare Italiana dove mio padre prestava servizio. Così, risalendo lungo il fiume Magra, trovarono posto in un podere di parenti e si sistemarono nel fienile con accanto la stalla dove io sono nata. Con la situazione confusa creatasi all’interno della Marina Militare, mio padre, insieme ad altri commilitoni, ebbe la vita sempre più difficile, un po’ perché erano stati presi di mira.

Decisero per questo di attraversare il fronte e in una notte di nebbia e di alta marea con una barchetta, remando con le mani, riuscirono a passare l’estuario del fiume che era minato e quando arrivarono in alto mare, poiché soffiava un vento di libeccio, la barca si capovolse e a nuoto riuscirono ad arrivare sulla spiaggia.

Si ritrovarono in Toscana e poterono così consegnarsi agli americani. Mi diceva che lo accompagnava il sorriso che io gli feci quella sera quando venne per salutarci. Nessuno sapeva a cosa stesse andando incontro, solo il nonno sapeva che stava per tentare di attraversare il fronte.

Mio padre allora, camminando lungo i binari della ferrovia, aggrappandosi ai treni che passavano raggiunse la Sicilia. A Battipaglia una vecchietta si impietosì di lui e gli passò un piatto di pasta e fagioli. Quando arrivò a casa, in Sicilia, le sorelle non lo riconobbero scambiandolo per un ladro.

Finita la guerra ritornò in Liguria cercando di ristabilirsi lì ma dopo un anno ci stabilimmo definitivamente tutti in Sicilia. Fu un viaggio interminabile: la mamma me ne parlava con tanta sofferenza, ma mi resta un ricordo candido di quel viaggio. Spesso saltellavo canticchiando la frase: “Siamo in tempo di pace, siamo in tempo di pace”.

Del 1944 non possiamo e non vogliamo raccontare solo gli orrori della guerra. Perché la nostra riflessione parla di “divine presenze” e ovviamente il nostro scopo non è certo quello di giustificare alcun conflitto in nome di Dio. Questi brevi ricordi servono solo per orientarci un po’ e cercare di attivare la macchina del tempo. Ringraziamo Maria Rosa Leotta per la sua testimonianza perché ci ha aiutato a comprendere come il divino cerca di farsi spazio anche nel tempo buio della distruzione.

Non sempre però queste divine presenze sono state accettate e accolte. Qualche volta si sono poi tramutate in situazioni imbarazzanti dalle quali non si è riusciti a tornare indietro.

Avete mai sentito parlare di Ghiaie di Bonate? I nostri ascoltatori del nord Italia forse sì. Ci troviamo infatti in provincia di Bergamo. Giusto per orientarci ci posizioniamo esattamente a soli cinque km da Brembate di Sopra, il paese che qualche anno fa, il 26 novembre del 2010 si è ritrovato alla ribalta mediatica per l’omicidio efferato di una giovane vittima. Si parliamo proprio di Yara Gambirasio, che solo qualche mese fa ha visto concludersi il suo iter giudiziario.

Nel 1944, un’altra ragazzina, che portava un cognome che sarebbe divenuto altisonante “Roncalli”, il cognome di Giovanni XXIII (eletto papa il 19 ottobre 1958), Giuseppe Angelo Roncalli, nativo di Sotto il Monte, altro paesino a breve distanza, fu protagonista di una clamorosa quanto osteggiata “divina presenza”, che invece di provocare un effetto consolatorio e di apertura alla speranza si tramutò ben presto in un incubo per la piccola Adelaide Roncalli, un incubo che la accompagnerà per tutto il resto dei suoi giorni.

[voce di Carla Magrelli] con sottofondo diverso dal precedente

divine

Adelaide Roncalli

Nel 1944, al Torchio, sotto frazione delle Ghiaie di Bonate Sopra, abitava la famiglia Roncalli composta da un figlio Luigi e da sette figlie, tra cui Adelaide. Papà Enrico aveva rinunciato alla vita del contadino e prestava servizio come operaio in uno stabilimento locale. La mamma Anna, casalinga, doveva crescere con pazienza certosina la numerosa prole.

Adelaide aveva allora sette anni. Era nata il 23 aprile 1937 e frequentava la prima elementare; era una bambina comune, piena di salute e di vivacità, le piaceva giocare. Nulla faceva presagire fino a quel pomeriggio del 13 maggio 1944 quando le apparve la Sacra Famiglia, che il suo nome avrebbe varcato non solo i confini d’Italia, ma quelli d’Europa.

Mentre il mondo bruciava tra le fiamme dell’odio e delle armi e la guerra sembrava non finire mai, la Madonna, madre di unità e regina della pace, scelse una fanciulla di Bonate, Adelaide Roncalli, per lanciare i suoi messaggi al mondo. Le apparve per tredici giorni in due cicli: il primo dal 13 al 21 maggio, il secondo dal 28 al 31 maggio.

La Madonna le predisse: “Soffrirai molto, ma non piangere perché dopo verrai con me in paradiso.” “In questa valle di veri dolori sarai una piccola martire…” Ma Adelaide era troppo bambina per valutare subito la gravità di queste parole. Dopo le apparizioni, fu isolata, intimorita, spaventata e tormentata psicologicamente, tanto che alla fine qualcuno, il 15 settembre 1945, riuscì a strapparle uno scritto di ritrattazione che peserà come un macigno sul processo di riconoscimento delle apparizioni.

Il 12 luglio 1946, smentì la ritrattazione che le era stata dettata, riaffermando per iscritto la veridicità delle apparizioni, ma purtroppo non ebbe l’esito sperato poiché due anni dopo, il vescovo di Bergamo mons. Bernareggi emise il decreto di “non consta” proibendo ogni forma di devozione alla Madonna, venerata come apparsa a Ghiaie di Bonate.

Spostata di qua e di là, contro il suo volere e all’insaputa dei suoi genitori, contrastata, derisa e calunniata, Adelaide portò la sua croce, lontano da casa.

Al compimento del suo quindicesimo anno, ottenne dal vescovo di entrare tra le suore Sacramentine di Bergamo. Ma, morto il vescovo, qualcuno riuscì a strappare l’ordine di farla uscire dal convento costringendola a rinunciare al disegno vocazionale che Maria aveva manifestato su di lei. Questa rinunzia le portò molta sofferenza e le costò una lunga malattia.

Qualunque adolescente sarebbe uscita distrutta da una vicenda come la sua, ma Adelaide era forte e si riprese. Stanca di aspettare che le si riaprisse la porta del convento, decise di sposarsi ed andò a vivere a Milano dove si dedicò con sacrificio alla cura degli ammalati. Passarono gli anni e Adelaide rimase chiusa nel silenzio impostole dai superiori.

Finalmente, avvalendosi dei decreti del Concilio Vaticano II in materia di diritto all’informazione, Adelaide si sentì sgravata dalle proibizioni che le erano state imposte e decise di riaffermare solennemente e ufficialmente, davanti a notaio, la veridicità delle apparizioni.

Colpita da un male incurabile, morì la domenica mattina del 24 agosto 2014. Visse nell’assoluto riserbo, lontana dai riflettori, in obbedienza alla Chiesa e soprattutto senza rancori per coloro che le avevano inflitto dolori e grandi dispiaceri.

Il 20 febbraio 1989 dichiarò quanto segue: “Io sottoscritta Roncalli Adelaide torno a dichiarare, come già più volte ho fatto in occasioni precedenti, che sono assolutamente convinta di aver avuto le Apparizioni della Madonna a Ghiaie di Bonate dal 13 al 31 Maggio 1944 quando avevo sette anni. Le vicende da me dolorosamente vissute da allora, le offro a Dio ed alla legittima Autorità della Chiesa, alla quale sola appartiene di riconoscere o no quanto in tranquilla coscienza e in sicuro possesso delle mie facoltà mentali ritengo essere verità.

[Fine voce di Carla Magrelli] Senza sottofondo

Alcune volte quando parlo alla gente delle apparizioni di Medjugorje mi viene obiettato il fatto che non si capisce il motivo per il quale la Madonna sceglierebbe sempre posti impervi per apparire. Anche Lourdes e Fatima non erano a quel tempo proprio così facilmente raggiungibili. Ci sono stato a Ghiaie di Bonate, un pomeriggio per caso. Ero da quelle parti per un intervento meccanico programmato alla mia roulotte. Avevo trovato su internet un meccanico che montava un accessorio che mi era utile e mi ero dirottato appositamente verso la provincia di Bergamo prima di procedere per la Francia meridionale per le mie tanto attese vacanze. Di quella “divina presenza” oggi resta solo una piccolissima e anonima cappella alla fine di una stradina interna di paese. Un cartello posto su di un muro spiega che il luogo di culto non costituisce una conferma di quelle apparizioni e che di recente il vescovo locale autorizzava il culto ma senza collegamenti espliciti con le presunte apparizioni. Però un certo via vai di gente c’era già di buon mattino. Ghiaie di Bonate… la Medjugorje mancata… la Fatima italiana… la Lourdes della val Brembana. Lo avevamo detto… Dio non entra sempre dalla porta principale. Può passare dalla finestra. Una occasione mancata, insomma. Ma torniamo al 1944, intanto la guerra fa il suo corso e gli scenari europei cambiano un’altra volta.

L’ho dovuta cercare su internet una canzone del 1944 e l’ho trovata. Una divina interpretazione della “Divina” per eccellenza. Scusate il gioco di parole sul titolo della nostra trasmissione ma la Wanda Osiris era proprio denominata la “Divina”. Non era una ballerina da prima fila, eppure quando si muoveva incantava tutti con il suo affascinante incedere, ventre in fuori e accentuato dondolio dei fianchi. Rivoluzionò lo spettacolo scendendo dalle scale, circondata da rose Baccarat che lei stessa acquistava a sue spese, cospargendole di profumo Arpège. Vestita di paillettes, ori e strati di crinoline, i capelli ossigenati fino al platino e avvolti nei suoi celebri turbanti di raso. Nelle sue apparizioni era sempre circondata da uno stuolo di boys, di cui hanno fatto parte anche grandi personaggi dello spettacolo a cui portò fortuna. Montanelli scrisse che “era l’ultima regina d’Italia”. Il cognome d’arte, Osiris, nacque dall’unione dei nomi delle principali divinità egizie, Iside e Osiride.

Religiosa, ma anche un po’ superstiziosa (abitudine diffusa tra la gente dello spettacolo), la “Divina” non sopportava il colore viola e gli uccelli, neppure di stoffa. Ma, improvvisamente, all’apice del successo, Wandissima scelse di scendere per l’ultima volta la riproduzione della scala del Vittoriale, per tornare a vivere una vita normale con il suo vero nome. Tutti si chiesero il motivo di quello strano improvviso ritiro dalle scene: in una biografia però venne svelato un particolare ignoto anche a chi la conosceva più da vicino. La “Divina Wanda” aveva una schiera di “figli celati”, tanti bambini “adottati di nascosto” cui rendeva possibile una cura, l’istruzione o un abito che li riscaldava. Erano bambini dell’ospedale di Mongà in Costa d’Avorio dove c’è ancora una targa che ricorda Anna Maria Menzio, in arte, Wanda Osiris.

Chi ci ha fatto del bene, come dimenticarli… Le divine presenze non si manifestano solo nei luoghi e nella natura. Dio si fa presente soprattutto nel cuore degli uomini e delle donne di ogni tempo. E poco importa che estrazione sociale abbiano. Anzi, nei Vangeli è quasi irriverente vedere come Gesù abbia avuto una sorta di attrazione naturale verso le categorie avverse alla società del suo tempo, verso gli scartati e gli emarginati. E poi riceve risposte favorevoli piuttosto dalle donne peccaminose che dagli esperti del sacro. Perché tutti siamo potenzialmente capaci di accogliere le divine presenze ma non tutti abbiamo la stessa disponibilità a farle fruttificare. Per questo occorre una grande apertura di spirito. Solo le persone veramente libere sanno accogliere e dissetarsi della presenza di Dio.

E tu… sei pronto per accogliere una nuova divina presenza?

Ringraziamo come sempre Andrea Campisano alla regia e montaggio audio, Maria Rosa Leotta e Carla Magrelli le nostre amate speaker che ci hanno fatto compagnia in questa puntata. Ritorneremo agli anni passati nelle prossime puntate perché ci sono davvero tanti avvenimenti da raccontare. Ma per la prossima puntata desidero accontentare anche i più giovani. Per questo faremo cifra tonda e andremo a cercare le divine presenze nell’anno del Grande Giubileo, l’anno 2000. Sarà successo qualcosa nel 2000… Chi lo sa… io c’ero… con qualche chilo in meno e qualche ambizione in più… Alla prossima…

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