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Divine frequenze: 1996, “divine paure”

Scritto da il 23 Giugno 2019

Divine presenze ricorda in questa puntata uno dei fatti più atroci degli anni 90′ per la Chiesa, ovvero il martirio dei monaci di Tibhirine.

 

Il guerriero può andare a riposare… la sessione di esami di filosofia di febbraio è finita un’ora fa. Un 29 e quattro 30. Credo di sognare. Svegliatemi, tanto lo so che è un sogno… Ripongo con cura il libretto cartaceo nella cartella. Deve durare solo un altro anno, poi si passa a Teologia, nuova facoltà e nuovo libretto.

Quello che è successo in questi cinque mesi non è umano o meglio, non può essere solo frutto di impegno. Certo, quello c’è stato, eccome.

Il 1 settembre 1996 mi sono accasato presso una congregazione romana. Sono stato accolto “con le palme” e forse questo già mi doveva insospettire, visto come Gesù è stato accolto a Gerusalemme e dopo qualche ora pendeva mezzo sospeso in aria.

Ma avevo avuto un’ottima presentazione dal mio amico Giampaolo e quindi ero completamente coperto: vitto, alloggio, iscrizione all’Università Lateranense, pochi impegni

divine

Pontificia Università Lateranense

in parrocchia per avere più tempo per studiare… cosa volere di più per uno studente al primo anno di filosofia?

Mia madre continuava a tenermi aggiornato sulla liquidazione della mia attività commerciale a Taranto e intanto mi immergevo in questa novità di studio. Platone, chi era costui?

Per me, ragioniere iscritto a Economia, era un pozzo senza fondo. Come farò a recuperare gli studi classici in così poco tempo? Deciso: assenze bandite e registrazioni con un mangianastri a cassetta. Riascolterò e sbobinerò (come si diceva a quei tempi) tutte le lezioni. Alla fine mi dovrà entrare qualcosa in questa dannata testa.

Ma che dico: io di filosofia non so nulla. Non ho i fondamenti, non ho mai studiato latino e greco e quello che so non c’entra niente con gli esami che devo superare. E poi, a che potrà mai servire la logica simbolica con le parabole di Gesù nei Vangeli? Ma perché studiare tutta questa filosofia per diventare prete? Non dovremmo solo parlare di Gesù, della Chiesa e dei suoi documenti, della sua storia?

Però… queste materie nuove sono così intriganti… Qualche professore in particolare poi mi incanta, altri raccontano esperienze personali che per me, così chiuso nelle mie personali convinzioni nel vivere la fede, rasentano lo scandalo ma poi finiscono per accrescere la mia personale ammirazione verso di loro.

Non posso fare nomi, naturalmente, molti ancora insegnano. Ma come è possibile che a Taranto queste cose mi sono state nascoste per anni. Io ero sempre lì in Chiesa ma nessuno mi ha mai aperto la mente in questo modo. E dire che non dovrei nemmeno essere qui a Roma, da pugliese avrei dovuto compiere il mio percorso di formazione a Molfetta. Sono capitato qui e non so nemmeno io il perché.

C’è come una corrente che mi sta trascinando da qualche parte ed è assolutamente inutile opporvi resistenza. Mi lascerò andare, anche perché mi sembra di non avere altra scelta. Devo fidarmi e basta.

L’autunno di questo 1996 si sta rivelando più piovoso del previsto e forse anche tutte questo grigiore alimenta un senso di inquietudine.

Intanto, mia madre mi ha appena comunicato di aver chiuso definitivamente la mia attività commerciale a Taranto e così salutavo per sempre il mio amato lavoro. Non mi resta che continuare a leggere in maniera maniacale i libri di storia della filosofia. Ma non si fissa niente nella testa.

Un pomeriggio vengo preso da un fermento di terrore: “Non ce la farò mai. Vuoi vedere che mi sono inventato tutto? Se non riuscirò a passare gli esami chi mi potrà sostenere qui a Roma? Dovrò ritornare a Taranto e so già cosa mi aspetta: diranno che non avevo la vocazione, che volevo scappare dai miei doveri o che non mi andava più di lavorare, che volevo realizzare un’opera senza avere la capacità di portarla a termine”.

Mi ritrovo tra le mani una penna che sembra voler scrivere da sola tra le mie dita. Scivolano così, quasi automaticamente su un pezzo di carta un elenco di tutte le paure che mi tormentano. Sono alla ventesima ma potrei andare avanti ancora a lungo e forse è meglio finire… sta diventando un viaggio senza ritorno. L’ultima… scrivo solo l’ultima, la più importante… sì! Certo… è quella la madre di tutte le mie paure… La paura di morire, morire senza capire, morire senza sapere, morire… morire, senza essere stato…

Il giorno dopo cercai di farmi forza e ripresi le lezioni. Il foglietto delle paure finì tra le pagine del breviario. A fine mattinata scendendo dalle scale dell’Università mi accorsi di aver dimenticato un libro sul banco. Risalii di corsa. Ormai le aule erano vuote e sperai che nessuno avesse preso il libro, anche perché era in prestito. Per fortuna era rimasto al suo posto e già questo mi consolò non poco. Mentre scendevo mi venne incontro il mio professore di Teologia. Ci salutammo rapidamente ed io anche con non poco imbarazzo.

Dopo qualche gradino sentii che mi chiamò. Non poteva rivolgersi a nessun altro… i corridoi e le scale erano oramai deserti. Mi girai di colpo e mi invitò a risalire i tre gradini che ci distanziavano: “Volevo dirle che l’ho notata in classe come segue le mie lezioni… Lei ha uno sguardo molto interessato, si vede che sta attingendo con avidità alla sorgente della teologia”. Con un disagio che mi fece quasi balbettare spiegai che stavo attraversando un momento di grande confusione, soprattutto perché non sapevo se mai fossi riuscito a superare l’invasione di tutte quelle informazioni.

“Non si preoccupi, lei ce la farà benissimo. Continui così e lasci perdere le paure. Le fanno solo perdere tempo. Andrà tutto bene. Era già da qualche tempo che sentivo di dirglielo. Ora che l’ho incontrata per le scale, mi è sembrato il momento opportuno”.

“Dio mio, ma chi sarà mai questo professore… Una “divina presenza” con capacità introspettive? Il breviario con il foglietto sta a casa, quindi… no, non può essere. Mi avrà letto in faccia… E si vede che in questi giorni giro con una faccia che parla da sola”.

Anche quella di oggi parla da sola… Mi guardo allo specchio e sembro uscito da una “mega seduta” di lifting: in questi mesi mi sto facendo crescere la barba. A Taranto il mio gatto non mi ha riconosciuto e qualcuno mi prende in giro dicendo che assomiglio a Padre Pio da giovane… sì, proprio uguale…

Ho spiccato il volo e posso farcela. La strada è ancora lunghissima ma l’importante era iniziare bene. Ora finalmente posso rilassarmi un po’ e pregare con più tranquillità. Anche se è febbraio e continua a piovere di continuo va bene uguale. Apriamo il breviario e facciamoci questi vespri…

E questo foglietto cos’è? Noooo (strappando il foglietto) … ma come mi salta di lasciare certe cose in giro… Ma come avrò fatto a scrivere certe sciocchezze… Certo, la paura della morte… come no? Venisse adesso…  sono così euforico che le direi “passa più tardi”…

Mi viene voglia di raccontare questa vicenda a qualcuno dei miei amici giù a casa, dai… è davvero tutto così buffo… (ridendo). Vediamo, facciamo il numero… (compone il numero…). Niente… proviamo con un altro… (l’utente potrebbe avere il cellulare spento) … Ora che ci penso, non ci sentiamo da mesi… ero così tanto preso dallo studio che mi accorgo solo ora che ho perso i contatti con tutti i miei vecchi amici.

Che strano però, sembra che la vita si stia rimescolando. Forse ora a loro non interessa più quello che sto facendo. Ormai sono un “mezzo prete” e quindi non sarò mai più quello di prima. Ormai mi avranno dimenticato…

Un brano bellissimo questo “L’amico” di Angelo Branduardi, facile da riconoscere con la sua voce inconfondibile. Un tale si intrufola alla festa di un amico che, forse un po’ sbadato o semplicemente imbarazzato da questo suo conoscente, aveva dimenticato di invitarlo. Può essere anche così quando ti investono “divine presenze” per cui da una parte puoi suscitare curiosità, a volte anche morbose, oppure inspiegabili solitudini: “Ormai sei cambiato, non sei più lo stesso, ti vedo diverso, sei come rapito, allucinato… Ma ora puoi uscire con noi o devi chiedere il permesso…?”

Chissà, sarà anche vero che si è un po’ allucinati. A me, però è sempre piaciuta un’altra espressione, più sentimentale. Quando una “divina presenza” ti prende sei semplicemente innamorato. Punto.

Solo che di queste cose non se ne può parlare. Quanto pudore e soprattutto quanta poca voglia di misurarsi con chi vive una esperienza più alta della tua. Sì, perché a parole tutti i cristiani puntano alla santità, ma poi se una “divina presenza” tocca qualcun altro, ecco allora, è meglio prendere le distanze, sminuire, fino anche a denigrare, che è molto più facile che affrontare.

La divina presenza di un altro può diventare il nostro specchio. Così anche un amico può diventare scomodo, e poi… aspettiamo… vediamo come va a finire… vediamo fino alla fine se ci riesce sul serio.

In questo anno 1996 oltre a me che iniziavo il percorso di formazione al sacerdozio c’era chi di incomprensibile coraggio ne ha avuto per sé e per gli altri. È strano come la notizia che stiamo per raccontare in quel periodo ebbe per me e per molti altri come me, l’effetto e la carica di lanciarsi in chissà quali improbabili e avventurose esplorazioni.

Mentre poi, quando si cresce e in qualche modo ci si sistema, le stesse notizie appaiono come disgrazie fatali, che non stuzzicano più gli stessi impulsi di una volta e se le rivedi in tv, ti fanno immediatamente cambiare canale. La notizia arrivò così, tra le righe, nella ferialità del 21 maggio del 1996. E non potevo che rievocarla con l’ausilio della nostra esperta agiografa Maria Rosa Leotta, che quel giorno ascoltò, non senza commozione, lo stesso comunicato alla televisione.

(voce di Maria Rosa Leotta)

Un caro saluto e grazie per questo nuovo invito alla trasmissione, che in realtà l’ho anche un po’ sollecitato questa volta, perché ci tenevo a raccontare personalmente la vicenda di questi beati frati trappisti francesi che hanno consegnato la loro esistenza in Algeria nella primavera del 1996. E poi perché ogni tanto continuo a chiederti se hai visto il film Uomini di Dio, ma mi sa che anche a te occorre una “divina presenza” perché ti regali un po’ di tempo libero.

[…] Il tempo purtroppo è tiranno. Lo vedrò, promesso e le promesse si mantengono. Però visto che hai iniziato a parlare di questo film “Uomini di Dio”. Inizierei proprio da questa famosa pellicola del 2010.

È stato un film che ha riscosso tanto successo in Francia, con più di tre milioni di spettatori ed è stato distribuito in una cinquantina di Paesi nel mondo. Tratta della strage di sette monaci trappisti, rapiti nel marzo del 1996 nel monastero di Tibhirine in Algeria e uccisi il 21 maggio. La loro vicenda umana e spirituale venne mirabilmente raccontata in questo film di Xavier Beauvois, che vinse anche il Gran Premio della Giuria a Cannes. Una vicenda che segnò duramente la piccola comunità cattolica d’Algeria, ma che ha lasciato un messaggio positivo di fratellanza, dialogo e fedeltà: fedeltà a Dio e al Vangelo, ma anche ai fratelli musulmani, con cui i monaci avevano scelto di vivere.

Il film rievoca gli ultimi mesi vissuti dalla comunità trappista: la preghiera, lo studio, il lavoro, l’ambulatorio medico aperto a tutti, la vita sociale e perfettamente integrata con quella della popolazione musulmana, con i monaci che partecipano alle attività lavorative della gente del posto, alle feste, alle ricorrenze e si occupano delle quotidiane necessità sanitarie gestendo un ambulatorio medico. Ma l’atmosfera di pace di Tibhirine (che in arabo significa “giardino”) è interrotta da allarmanti notizie di attentati da parte di esponenti del fondamentalismo islamico che seminano il panico fra gli abitanti della regione.

Nel frattempo l’esercito algerino, con metodi spicci e sbrigativi, vorrebbe imporre ai monaci una protezione armata. I fratelli la rifiutano, ma ben presto altri uomini in armi si presentano al monastero.

Sono integralisti islamici, gli stessi che hanno rivendicato la responsabilità dei massacri di quei giorni che ora, con le armi spianate, pretendono l’assistenza dei monaci nel loro covo per curare i terroristi feriti.

I religiosi riescono a resistere alle minacce e gli assalitori se ne vanno, ma lo spavento lasciato dall’episodio è grande. Che fare? Raccogliere il perentorio invito dei guerriglieri e tornare in Francia oppure restare e, sfidando la morte, continuando la missione?

I religiosi sono divisi. Il confratello medico risponde: «Non ho paura di niente, nemmeno della morte. Sono un uomo libero», ma quello più giovane del gruppo si chiede perplesso: «Morire qui, ora, è veramente utile?». La risposta la fornisce il priore: «La tua vita l’hai già data offrendola a Cristo».

Questi monaci non sono eroi e tanto meno fanatici invasati assetati di martirio, ma uomini fra gli uomini, fragili e preoccupati di fronte a eventi più grandi di loro, sensibili all’ansia e alla paura: «Perché la fede è così amara? Come può Dio restare così a lungo in silenzio?».

A queste domande risponde il più giovane dei religiosi, fratel Christophe, attraverso le pagine del suo diario. Questi era un ex sessantottino, inquieto e turbolento, che aveva trovato la pace con il saio. In questo diario figurano anche poesie e alcuni versi rispondono con un atto di fede in Gesù Cristo alle preoccupazioni per la morte a cui andrà incontro: «Io sono suo e seguo le sue orme; vado verso la mia piena verità pasquale… Vi dico, in piena verità, tutto va bene. La fiamma si è piegata, la luce si è inclinata… Posso morire. Eccomi qui».

[…] Alla fine quelle paure ebbero un epilogo profetico. L’attacco tanto temuto ebbe luogo.

Nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996, vennero rapiti sei monaci, compreso il priore ed un ospite del monastero. Due di loro si salvarono per caso: padre Amédée Noto, scomparso nel 2008, e padre Jean-Pierre Schaumacher, che oggi ha 95 anni, che quella notte era di servizio in portineria, in un edificio adiacente al monastero, e pertanto non venne catturato. Dopo un mese, un comunicato del Gruppo Islamico Armato (GIA) riferì che i rapiti erano ancora vivi, ma conteneva la minaccia di ucciderli se non fossero stati liberati alcuni terroristi detenuti. Il 30 maggio le loro spoglie vennero ritrovate sul ciglio della strada per Médéa. Si trattava, però, solo delle teste: i corpi rimasero introvabili. Le esequie dei sette monaci si svolsero il 2 giugno 1996 nella basilica di Nostra Signora d’Africa ad Algeri. I resti mortali dei monaci vennero sepolti nel cimitero monastico di Tibhirine.

[…] Rispetto ai martiri di Siroki Brieg che abbiamo ricordato qualche puntata fa, per loro il processo di beatificazione si è già concluso in modo positivo.

Il rito della beatificazione si è svolto l’8 dicembre 2018 a Orano in Algeria, nella basilica di Nostra Signora di Santa Cruz, in un quartiere fondato da immigrati spagnoli.

[…] Cosa ne è stato del monastero di Tibhirine dopo quel rapimento?

Nel 2001 i Trappisti lasciarono il monastero di Tibhirine e si trasferirono in Marocco, dove già avevano la piccola comunità di Fès, insieme a due dei monaci sopravvissuti al rapimento.

Dal 15 agosto 2016 si è insediata una piccola comunità del movimento Chemin Neuf, che continua la stessa missione.

[…] Ma resiste ancora un inossidabile monaco novantacinquenne, che poi è l’unico sopravvissuto vivente a quel rapimento e pare non abbia voluto perdere una importante occasione ad aprile…

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papa Francesco con Jean-Piere Schumacher

Si, lo abbiamo visto nei filmati dell’ultimo viaggio di Papa Francesco in Marocco: il pontefice si è inchinato davanti a lui e lo ha salutato con calore. Ha ascoltato la sua voce flebile che ha raccontato in modo ancora lucido come quella notte fu risparmiata la sua vita ma non quella dei suoi compagni e del suo priore che in un cassetto, da qualche parte della casa aveva lasciato il suo testamento.

[…] Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere anche oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese. Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca. Venuto il momento, vorrei avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nel tempo stesso di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito.

So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi. È troppo facile mettersi a posto la coscienza identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremisti.

L’Algeria e l’islam, per me, sono un’altra cosa; sono un corpo e un’anima. Evidentemente, la mia morte sembrerà dar ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo o da idealista: «Dica adesso quel che ne pensa!».

E anche te, amico dell’ultimo minuto, che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo “grazie” e questo “ad-Dio” profilatosi con te. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen!  Insc’Allah

L’avevo detto: mai lasciare biglietti in giro… Non tutti potrebbero capirli.

Lasciamoci travolgere da questo brano tradizionale arabo melodico e avvolgente che canta della passione che travolge il protagonista malato d’amore, di un amore non capito e forse non corrisposto: sulle palme, lassù non so se è la tua guancia che brilla o la luna. Non lo voglio ma la pena mi tormenta: un insolente mi chiede: perché il tuo viso è giallastro? Non ho nessuna malattia. Soffro per quella persona bruna che mi imprigiona con i suoi occhi dolci.

Ma che fate? Piangete tutti? … No fermi non è ancora l’ultima puntata. E neanche questa è finita. C’è Alessandro… Bentornato e come sempre ti vedo particolarmente affannato… Come disse Dio al Satana nel libro di Giobbe: “Cosa hai trovato nel giro della Terra che hai percorso?”

(voce di Alessandro Sica)

Ebbene sì, anche nel 1996 ritroviamo molte “divine presenze” sparse in giro sulla terra! Una di queste ha colto particolarmente la nostra attenzione… si tratta dell’apparizione mariana di Aokpe in Nigeria!

La Madonna apparve nell’ottobre 1992 a una ragazza di dodici anni di nome Christiana Agbo nel piccolo villaggio di Aokpe situato in una sperduta zona della Nigeria.

La prima apparizione avvenne di mattina, mentre era al lavoro nei campi. Verso le 10, mentre faceva una pausa, alzò gli occhi e vide improvvisamente dei lampi di luce. Christiana chiese alle sorelle se anche loro vedessero quegli strani lampi ma queste dissero di non vederli e che probabilmente si trattava di un effetto dovuto ai raggi del sole.

Più tardi la madre mandò Christiana nella vicina fattoria per raccogliere delle erbe. Mentre era intenta alla raccolta la ragazza alzò gli occhi e con sua grande sorpresa vide una donna bellissima sospesa nel cielo, era la Madonna. La Vergine la guardava e le sorrideva senza dire una parola. Christiana scappò spaventata.

Le apparizioni, che a detta degli esperti sembrerebbero avere molto in comune con la maggior parte delle apparizioni mariane del passato e del presente, col passare del tempo divennero sempre più frequenti, soprattutto fra il 1994 e il 1995.

Le apparizioni private furono numerose, durante il 1994 in certi periodi avvenivano quasi quotidianamente mentre l’ultima apparizione pubblica avviene proprio alla fine di maggio del 1996.

Le apparizioni pubbliche richiamavano ad Aokpe un grande numero di persone. Tanti fra coloro che vi si recavano era attratti soprattutto dai miracoli solari che nel periodo delle apparizioni pubbliche avvenivano con una certa frequenza. Nessuna fra le migliaia di persone che vi assistettero lamentò mai danni agli occhi nell’osservare tale fenomeno. Sono state registrate anche diverse guarigioni, in particolare ci sono stati due casi di persone cieche che hanno riacquistato la vista.

La veggente afferma senza esitazione che il più importante messaggio della Madonna è quello che ci chiede di convertirci a Dio. In un messaggio la Madonna ha detto: “Coloro fra i miei figli che pregano il Rosario con frequenza e impegno riceveranno molte grazie, tanto che Satana non riuscirà ad avvicinarsi a loro. Figli miei, quando siete assaliti da grandi tentazioni e problemi prendete il vostro Rosario e venite da me e i vostri problemi saranno risolti. Ogni volta che direte «Ave Maria piena di Grazia» riceverete da me molte grazie.”

La veggente, dopo aver avuto una visione di Santa Teresa di Lisieux, decise di diventare suora Carmelitana. La Madonna acconsentì alla decisione della ragazza di assumere il nome di “Christiana di Maria Bambina”, scelto proprio in onore di Santa Teresa di Gesù Bambino.

La Chiesa locale si è dimostrata fin dall’inizio piuttosto favorevole alle apparizioni anche se, come l’Arcivescovo John Onaiyekan ha tenuto a precisare durante una sua visita al sito delle apparizioni, la Chiesa in questi casi è piuttosto cauta: è molto raro che approvi delle apparizioni mentre queste sono ancora in corso. Un segno importante della buona propensione delle autorità diocesane verso le apparizioni è il parere positivo alla costruzione del santuario chiesto dalla Madonna. Inoltre il vescovo Orgah ha concesso l’Imprimatur alla pubblicazione del resoconto delle apparizioni e ha dato il suo permesso ai pellegrinaggi.

(fine voce di Alessandro Sica)

Paura di non farcela, paura di non essere all’altezza, paura di essermi inventato tutto, paura del giudizio degli altri, paura che i soldi non bastino, paura che mi mandino chissà dove, paura che venga aggredito da qualche malintenzionato, paura di parlare in pubblico e di non essere in grado di fare omelie, paura di scandalizzare la gente, paura di non resistere alle tentazioni, paura di perdere la faccia, paura di fuggire davanti alle prove della vita, paura di perdere la fede, paura di smarrire la castità, la povertà e l’obbedienza, paura della solitudine, paura di morire… Mi sa che ho fatto bene a strappare quel biglietto. È meglio che nessuno lo sappia in giro quali sono state le mie paure. Chissà mai se qualcuna ancora è rimasta, meglio che non mi scoprano…

Certo oggi ho capito almeno una piccola-grande verità: che la paura non va rimossa ma integrata e che è meglio lasciarsi educare da essa. La paura ci insegna l’umiltà, di non sentirsi né invincibili, né perfetti e neppure immuni da debolezze e fragilità.

Chi è caduto può trovare una “divina presenza” pronta a rialzarlo, che lo aiuterà a dare un nome alle proprie paure, che insegnerà a combatterle. Chi ha sperimentato il peccato conosce meglio la grazia del perdono.

I discepoli che gridano dalla paura sulla barca in tempesta, o Pietro che sprofonda nelle onde mentre cammina verso Gesù, ci indicano un sentiero educativo legato alla paura: chi teme e sente di non farcela chiede aiuto. Questo, forse, è uno dei veri peccati capitali, altro che il sesso: affondare e non accettare di lasciarsi aiutare.

Ringraziamo come sempre Andrea Campisano alla regia e al montaggio audio che noi amiamo e apprezziamo con tutte le sue paure, che tra l’altro supera tutte brillantemente. Un saluto a Maria Rosa Leotta e ad Alessandro, che invece non teme niente e nessuno. La puntata può essere riascoltata in podcast su radiopiu.eu e ci diamo appuntamento alla prossima che sarà l’ultima di questo primo ciclo. E senza timore vi annunciamo che ci saranno sorprese … divine sorprese…

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