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Costruttori di pace: testimonianze preziose

Scritto da il 29 Gennaio 2021

Costruttori di pace: a RaccontAC ascoltiamo gli interventi di tre operatori di pace in occasione della Veglia per la pace organizzata dall’AC di Roma

Nell’ambito della Veglia della Pace organizzata dall’AC di Roma, che si è svolta sabato 23 gennaio 2021 in diretta streaming dalla parrocchia di San Mattia, Agnese Palmucci ha raccolto alcune testimonianze da parte di alcuni giovani all’inizio della loro carriera al servizio del prossimo, i quali rispecchiano lo stile di vita descritto nella lettera di Papa FrancescoLa cultura della cura come percorso di pace”.

Il primo a parlare è Michele, giovane medico chirurgo della provincia di Salerno che lavora al Policlinico Federico II di Napoli, al quale Agnese chiede come si può essere costruttori di pace attraverso la cura del malato: “Il primo elemento, per me come medico, è il sorriso -dichiara Michele -perché il malato non è cartella clinica, bensì è innanzitutto una persona che non vuole certamente essere in ospedale. In questo anno di pandemia è mancato proprio il sorriso, nascosto dalla mascherina che tutti dobbiamo indossare, dunque gli attori principali sono stati gli occhi: con gli occhi abbiamo cercato di accogliere e sostenere l’ammalato”.

Costruttori di pace: Il coraggio di scegliere

“Ce ne renderemo conto in seguito, ma questi sono stati mesi difficilissimi- prosegue -Stiamo vivendo una pandemia globale e io la sto attraversando come giovane medico. Ho avuto dunque il duplice compito di sostenere anche i colleghi più anziani, molto più a rischio rispetto a me. Tutte le difficoltà vissute, però, sono state anche una grande prova per confermare la scelta che ho fatto nella vita. Se posso lasciare un consiglio a tutti: abbiate il coraggio di fare una scelta e di innamorarvene. E questo vale non solo per la scelta della professione e dello studio, ma anche per la vita quotidiana, in famiglia e in Associazione: vivere le nostre relazioni con passione e con impegno è il punto cardine per costruire la pace anche nel nostro piccolo”.

Responsabilità, ascolto e coraggio

E’ poi il turno di Maria Chiara, che lavora come insegnante al liceo: “Anche se dal punto di vista contrattuale non sono ancora stabilizzata, il percorso che ho intrapreso mi permette di conoscere tante storie, tante esperienze e di vedere tanti volti– racconta -Anche se costruttori di pace ora si lavora quasi sempre a distanza, questi volti sono comunque reali: il digitale può darci lo stesso la possibilità di intessere relazioni autentiche”. “Il Papa ci ricorda che nella nostra quotidianità ogni elemento può accrescere il bene comune– riprende Maria Chiara -In particolare, l’interesse e la cura nei confronti dell’altro sono quegli elementi che, nel contesto dell’insegnamento, si declinano maggiormente. Mi piace ricordare tre parole che accompagnano la mia vita accanto ai ragazzi a scuola: la prima è la responsabilità che gli insegnanti hanno verso il futuro dei ragazzi e anche verso il loro presente, garantendo ai più piccoli un ambiente completo e ricco di opportunità per poter crescere; la seconda parola è l’ascolto, fondamentale nella cultura della cura perché ascoltarsi lascia spazio alle fragilità e alle incertezze dell’altro; la terza parola è il coraggio di manifestare anche la propria impotenza davanti a tutto ciò che stiamo vivendo, in modo da affiancarci nel cammino, condividendo le difficoltà e diventando compagni di strada”.

Oltre la paura

Infine, Agnese dà spazio ad Eleonora, operatrice Caritas di Roma dal 2008: “In questo periodo ho lavorato nell’ufficio “No azzardo, prevenzione e informazione”: prevenire l’evolversi della patologia del gioco d’azzardo è un grande impegno e lo facciamo nelle scuole, nelle parrocchie, nei centri per gli anziani, nelle aziende- dice ripensando alla sua esperienza -Ciò che scandisce oggi, in questi mesi, il nostro tempo è la paura, che dobbiamo imparare a trasformare: incontrare l’altro è un modo per superare la paura che oggi ci domina. La lettura delle parole di Papa Francesco mi ha colpita proprio per questo: la cura è la missione di tutti ed è fatta di tanti dettagli. Incontrare l’altro innanzitutto con lo sguardo ed entrare in empatia con lui ci fa superare noi stessi, i nostri dubbi, le nostre insicurezze e fa stare meglio noi in primo luogo. Questo slancio verso l’altro va nutrito da un’intensa attività di preghiera: l’ascolto della Parola è il motore per il mettersi al servizio”.


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