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Chiusa la Porta Santa in Vaticano, ma non “le porte del perdono”

Scritto da il 20 Novembre 2016

Porta Santa MisericordiaPrega in silenzio, Papa Francesco, mentre i cantori della Sistina intonano la strofa del profeta Isaia. Poi, con passo lento, si dirige verso la pesante porta in bronzo e oro della Basilica vaticana, e ne chiude i battenti poggiando il capo su uno di essi. Si conclude quindi l’Anno Santo della Misericordia, aperto l’8 dicembre a Roma e contemporaneamente in ogni diocesi del mondo, per volontà dello stesso Pontefice che voleva un Anno Santo “decentralizzato”. Cosa che ha provocato un afflusso minore di pellegrini rispetto al previsto, nonostante i dati del Pontificio Consiglio per la nuova Evangelizzazione parlino di oltre 20 milioni di fedeli transitati in questi 11 mesi sotto la Porta Santa di San Pietro.

Ai 70mila fedeli e pellegrini presenti, insieme ai 17 nuovi cardinali e alle alte cariche dello Stato, tra le quali il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e il premier Matteo Renzi, il Papa parla durante la Messa di una Porta che deve necessariamente restare aperta, quella del “perdono”. “Chiediamo la grazia di non chiudere mai le porte della riconciliazione e del perdono, ma di saper andare oltre il male e le divergenze, aprendo ogni possibile via di speranza”, dice Francesco nel giorno in cui la Chiesa celebra la Solennità di Cristo Re dell’Universo.

Proprio riflettendo su questo Sovrano che “appare senza potere e senza gloria”, posto su un “trono” che è la croce, con le spine al posto della corona e una canna come scettro, il Santo Padre invita “a ritornare all’essenziale”. “Questo tempo di misericordia ci chiama a guardare al vero volto del nostro Re, quello che risplende nella Pasqua, e a riscoprire il volto giovane e bello della Chiesa, che risplende quando è accogliente, libera, fedele, povera nei mezzi e ricca nell’amore, missionaria”, afferma.

È l’immagine che offre Cristo che “non porta abiti sontuosi, ma è privato della tunica; non ha anelli luccicanti alle dita, ma le mani trafitte dai chiodi; non possiede un tesoro, ma viene venduto per trenta monete”. La sua misericordia sublimata sulla croce spinge “a rinunciare ad abitudini e consuetudini che possono ostacolare il servizio al regno di Dio; a trovare il nostro orientamento solo nella perenne e umile regalità di Gesù, non nell’adeguamento alle precarie regalità e ai mutevoli poteri di ogni epoca”, evidenzia Papa Francesco.

“Quante volte – dice – anche tra noi, si sono ricercate le appaganti sicurezze offerte dal mondo. Quante volte siamo stati tentati di scendere dalla croce. La forza di attrazione del potere e del successo è sembrata una via facile e rapida per diffondere il Vangelo, dimenticando in fretta come opera il regno di Dio”.

Cristo, rammenta il Papa, non ha ceduto alla tentazione di chi gli urlava “Salva te stesso”: “Prevalga l’io con la sua forza, con la sua gloria, con il suo successo. È la tentazione più terribile, la prima e l’ultima del Vangelo”, commenta. Ma di fronte a questo “attacco diretto all’amore”, Gesù “non parla, non reagisce. Non si difende, non prova a convincere, non fa un’apologetica della sua regalità. Continua piuttosto ad amare, perdona, vive il momento della prova secondo la volontà del Padre, certo che l’amore porterà frutto”.

Per accogliere la regalità di Gesù, siamo dunque chiamati “a lottare contro questa tentazione, a fissare lo sguardo sul Crocifisso, per diventargli sempre più fedeli”, sottolinea il Santo Padre. “Di fronte alle circostanze della vita o alle nostre attese non realizzate – prosegue – anche noi possiamo avere la tentazione di prendere le distanze dalla regalità di Gesù, di non accettare fino in fondo lo scandalo del suo amore umile, che inquieta il nostro io, che scomoda”.

“Si preferisce rimanere alla finestra, stare a parte, piuttosto che avvicinarsi e farsi prossimi”, osserva, “ma il popolo santo, che ha Gesù come Re, è chiamato a seguire la sua via di amore concreto; a domandarsi, ciascuno ogni giorno: ‘Che cosa mi chiede l’amore, dove mi spinge? Che risposta do a Gesù con la mia vita?’”.

La risposta di Gesù è stata l’amore: “Il nostro Re si è spinto fino ai confini dell’universo per abbracciare e salvare ogni vivente”, rimarca Bergoglio. Il Figlio di Dio “si è abbassato fino a noi, ha abitato la nostra miseria umana, ha provato la nostra condizione più infima: l’ingiustizia, il tradimento, l’abbandono; ha sperimentato la morte, il sepolcro, gli inferi”. Egli “non ci ha condannati, non ci ha nemmeno conquistati, non ha mai violato la nostra libertà, ma si è fatto strada con l’amore umile che tutto scusa, tutto spera, tutto sopporta. Solo questo amore ha vinto e continua a vincere i nostri grandi avversari: il peccato, la morte, la paura”.

“Dio, appena gliene diamo la possibilità, si ricorda di noi”, continua Papa Bergoglio. “Egli è pronto a cancellare completamente e per sempre il peccato, perché la sua memoria non registra il male fatto e non tiene sempre conto dei torti subiti, come la nostra”. Pertanto, “come Dio crede in noi stessi”, così “anche noi siamo chiamati a infondere speranza e a dare opportunità agli altri”; perché, “anche se si chiude la Porta santa, rimane sempre spalancata per noi la vera porta della misericordia, che è il Cuore di Cristo”, conclude il Papa. 

Ringrazia infine Dio per i “tanti pellegrini” che “hanno varcato le Porte sante e fuori del fragore delle cronache hanno gustato la grande bontà del Signore”. Li affida a Maria, Madre della Chiesa “che tutti desidera raccogliere sotto il suo manto”. Poi esorta: “Ricordiamoci che siamo stati investiti di misericordia per rivestirci di sentimenti di misericordia, per diventare noi pure strumenti di misericordia”.

(da www.zenit.org – articolo di Salvatore Cernuzio)

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