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“Appartenere a Dio è vivere di Cristo”

Scritto da il 7 Febbraio 2016

In nome di un’idea errata di libertà, l’uomo sceglie di vivere come se Dio non esistesse. Infatti, pur avendolo conosciuto in un cammino di fede, accade molte volte che egli adatti Dio stesso alle proprie utilità. Molti, invece, lo rifiutano, lo escludono dalla loro esistenza considerandolo un motivo di disturbo. Insomma, l’appartenenza “a Dio” o alla “Chiesa” sembra un affare di pochi la cui scelta è considerata indifferente: una scelta soggettiva che non dovrebbe riguardare gli altri.

È con questo incipit che intendo approfondire la questione dell’appartenenza di ogni uomo a Dio. Quindi, tenterò, attraverso alcuni brani della Scrittura, di offrire alcuni spunti di riflessione sul legame “indissolubile” che ci lega a Dio.

Il primo aspetto riguarda il momento precedente alla creazione quando Dio pensa l’uomo come “un’opera d’arte”. Prima di crearlo, però, Egli ha contemplato il suo Figlio, il Verbo eterno. Il fondamento di questa verità si trova in san Paolo: “In [Cristo] ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà” (Ef 1,4-5).

Prima della creazione Dio ha pensato l’uomo non come un semplice essere vivente, simile alle altre creature, vegetali o animali che siano (e questo risponderebbe già a varie questioni), ma lo ha pensato come un figlio. Questo perché Dio Padre ha davanti “ai suoi occhi” il suo Figlio, vera Sua immagine, così nel Figlio ogni essere umano viene concepito e creato, secondo una autentica figliolanza. Da questo aspetto già emerge una prima ragione del legame profondo tra noi e Dio.

Per approfondire meglio questo nesso, tuttavia, occorre considerare un secondo elemento. L’uomo non vive da se stesso, non ha una vita autonoma, perché Dio ha voluto dargli qualcosa di profondamente suo: “l’alito di vita”. Nel libro della Genesi si legge: “Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gen 2,7). La Scrittura mostra, quindi, come la vita umana sia quasi dipendente da Dio tanto da essere descritta in modo icastico come un respiro “dato in prestito” dal Creatore (cfr. Sap 15,8; 15,16).

Gesù ricorda all’uomo questa verità come un limite intrinseco della natura umana: “Chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?” (Lc 12,25). La consapevolezza di tale limite deve indurre l’uomo a migliorare il suo rapporto con Dio; da questo dipenderà una buona relazione con gli altri e con le cose, perché c’è un bene supremo al quale egli aspirerà, mettendolo al primo posto: la salvezza della sua vita, quell’incontro con il suo Creatore e Signore a cui, un giorno, dovrà rendere conto di quanto detto e operato.

Il terzo aspetto ci fa capire che il Signore, nonostante abbia creato l’uomo a Sua immagine e somiglianza e gli abbia inspirato il suo stesso “respiro”, non rinuncia a manifestargli la sua volontà. Le scelte dell’uomo, infatti, per debolezza, possono risultare contrarie al bene. Per questo motivo, Dio viene in suo aiuto e gli manifesta il Suo volere dall’esterno della sua coscienza: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire” (Gen 2,16-17).

Questo comando divino va letto cogliendo l’amore di Dio che previene l’uomo nelle sue azioni e gli indica, in anticipo, il cammino della vita, avvertendolo delle eventuali conseguenze nel caso in cui le sue azioni fossero contrarie al suo comando. Se si riflette un momento, il male che dilaga oggi è l’effetto devastante di un’unica grande causa: il tentativo da parte dell’uomo di emanciparsi da Dio. Difatti, quando l’uomo sceglie indipendentemente dalla Parola di Dio, provoca ferite di male, di dolore e, spesso, la morte a sé e agli altri.

Un ultimo aspetto che spiega l’importanza di appartenere a Dio è la partecipazione dell’uomo alla vita divina. Esiste una partecipazione che avviene per via sacramentale e un’altra, derivante da quest’ultima, che si coltiva mediante la perfezione cristiana. La prima via sacramentale riguarda il battesimo che è il fondamento di tutta la vita cristiana, la porta che apre l’accesso agli altri sacramenti. Con il battesimo siamo liberati dal peccato, rigenerati come figli di Dio, divenendo membra di Cristo; siamo resi partecipi della sua missione e incorporati alla Chiesa. Così l’uomo è legato alla vita trinitaria; la sua è un’appartenenza “indissolubile” che resta tale anche dopo l’esistenza terrena.

Eppure, il legame con Dio non si realizza solo diventando figli di Dio, ma soprattutto camminando da figli di Dio. Quest’ultimo aspetto richiede all’uomo un percorso spirituale costante e intenso in modo che la sua vita incarni la verità del Vangelo. È un cammino graduale di perfezione che pone le basi per una conformazione reale ai sentimenti di Gesù. Questi sentimenti si acquisiscono attraverso le beatitudini che altro non sono se non il cuore di Cristo espresso dalle sue stesse parole: la “carta d’identità” della sua vita santa.

Pertanto, l’esistenza dell’uomo ha la sua sorgente di bene solo in Dio. La realizzazione umana, la sua felicità terrena non può essere pensata senza di Lui.

(da www.zenit.org – articolo di Alessandro Carioti)

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