Aperidea. Vivere da soli è possibile?

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Vivere da soli è possibile? Tra i quesiti più profondi che si pone l’uomo da sempre è al centro della puntata di questa settimana di Aperidea, rubrica di spiritualità a cura di padre Gaetano Piccolo Sj.

 

Molti romanzi del 1700, come Robinson Crusoe, descrivono il desiderio umano della solitudine, il rifiuto di un mondo borghese da cui ci si sente traditi, la pretesa di costruirsi un mondo a propria immagine. Questa sorta di delirio riemerge nella nostra vita soprattutto nei momenti di delusione, di rabbia o semplicemente di stanchezza, quando le relazioni diventano troppo esigenti, quando il mondo appare troppo complicato.

Allora vorremmo andarcene, isolarci, abbandonare il mondo faticoso delle relazioni. Questo tentativo di alienazione è destinato però continuamente a rimanere frustrato. È la storia stessa di ciascun uomo che rimanda inevitabilmente a qualcun altro.

Ascolta l’intera puntata di Aperidea andata in onda lunedì 11 febbraio 

Innanzitutto perché siamo sempre figli di qualcuno, anzi siamo il frutto di un legame talmente forte con nostra madre che è necessario cominciare subito a tagliarlo. La nostra storia inizia subito con un legame e una recisione insieme. Siamo costretti a separarci perché possiamo vivere solo nella differenza. Andando avanti nella vita, ci accorgeremo che ogni relazione simbiotica ci impedisce di appropriarci di noi stessi.

E così tutta la nostra vita trascorre nel tentativo di custodire questo delicato equilibrio tra relazione e separazione. Anche il racconto biblico inizia proprio da questa dualità dinamica. L’uno non può stare da solo. Adamo è fatto per la relazione, prima ancora che vi sia un tu concreto davanti a lui. Per come è pensato, non è bene che Adamo sia solo. La Genesi accoglie così l’idea di un carattere relazionale costitutivo dell’essere umano.

Ma il racconto biblico insiste anche sulla generatività della relazione: anche il due non è autosufficiente. La relazione funziona se è capace di generare. Abramo e Sara per esempio rischiano di chiudersi nella tenda della loro solitudine alle querce di Mamre, vivono una chiusura che li svuota e li rende infelici. È lì che Dio li raggiunge e li invita ad uscire.

L’immagine del figlio è il segno di una relazione che si apre al futuro, che rischia, che dona vita. La vita si compie quando è relazione che genera. Un individuo da solo non arriverebbe neppure a riconoscersi. È solo la presenza di un altro che ci rimanda la nostra identità. Esistiamo in quanto interpellati da qualcuno. Anche qui, la storia umana ci aiuta a riconoscere questa necessità: qualcuno ci dà un nome, ovvero un’identità, ci fa esistere. Non possiamo guardare direttamente noi stessi, abbiamo bisogno del volto di un altro per riconoscerci. Il bambino si riconosce negli occhi di sua madre. E in quello sguardo, la paura o la gioia della mamma diventano la paura e la gioia del bambino.

Siamo introdotti nel mondo sempre per mezzo di qualcun altro, e non necessariamente in maniera volontaria e consapevole, ma certamente per mezzo di qualcuno, a cui la nostra vita rimanderà inevitabilmente. Non siamo mai l’origine di noi stessi, ma siamo sempre il prosieguo di una storia. Il mondo non inizia con noi e la nostra non sarà mai la prima parola. Veniamo sempre dopo qualcuno, siamo inevitabilmente figli, e in questo senso inevitabilmente in relazione. La dimensione costitutivamente relazionale della persona si distende tra queste due particelle: da e per. La prima esprime appunto l’origine, il punto di partenza che non possiamo mai essere noi per noi stessi; il per indica lo scopo relazione della nostra esistenza, la generatività propria di ogni uomo.

La vita acquista senso infatti se è spesa per qualcuno, siamo felici nella misura in cui scopriamo di vivere per qualcuno.

Esercizio: come reagisci ai momenti in cui vorresti isolarti? Quali sono le relazioni che ti hanno generato? Per chi o per che cosa ti sembra che stai spendendo la tua vita?