Aperidea. La felicità esiste?

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La felicità esiste? Questo il quesito della settimana nella rubrica Aperidea, brevi riflessioni sulle grandi domande della vita.

Nel mondo greco la parola felicità si traduce con un termine che indica la presenza di uno spirito buono che prima o poi ci lascerà. Si tratta di una visione realistica, ma anche un po’ pessimista della felicità, come di una condizione che appartiene solo agli dei in maniera permanente. Gli uomini possono solo assaporare questa condizione. La felicità quindi per gli antichi greci esiste, ma non è raggiungibile dagli uomini in un modo stabile.

Nel termine felicità è quindi implicita una tensione, un desiderio inevitabile che ci abita e che rischia di rimanere frustrato. Ogni uomo, dice infatti Aristotele, tende alla felicità, ma non ogni uomo è in grado di raggiungerla. Aristotele comincia quindi a far emergere anche un ruolo positivo e attivo che spetta alla responsabilità umana. Più tardi, nel mondo latino, sarà uso affermare che ciascuno è artefice del proprio destino. Dal punto di vista di Aristotele la felicità consiste nella realizzazione piena della natura di ciascuna cosa.

Ascolta l’intera puntata di Aperidea, andata in onda lunedì 28 gennaio 

Un coltello è buono se taglia, una cetra è valida se suona, un uomo è felice
se esercita nel modo più pieno la sua qualità più proprio. Secondo Aristotele, la caratteristica specifica dell’uomo è la sua capacità di pensare. Di conseguenza, l’uomo sarà pienamente felice quando eserciterà nella maniera più adeguata la sua capacità razionale. Purtroppo la storia ha mostrato che non sempre le cose funzionano come Aristotele riteneva: già il Qoelet ricordava che “dove aumenta la conoscenza, aumenta anche il dolore”.

Comprendere come stanno le cose non sempre ci rende felici. Per Aristotele siamo quindi continuamente spinti a raggiungere un obiettivo con lo scopo di camminare verso il nostro fine ultimo. Il fine ultimo è la felicità e da qui derivano tutte le azioni intermedie che metteremo in campo per arrivare alla felicità. Ogni azione. Sarà buona o meno, in quest’ottica, nella misura in cui ci avvicina o ci allontana dal nostro fine ultimo. Nella visione aristotelica quindi la felicità è il frutto di un impegno, in un certo senso la felicità la si merita.

Forse non a caso, quando Gesù affronta questo tema all’inizio della sua predicazione, non userà il termine aristotelico per indicare la felicità, ma utilizzerà l’aggettivo macharios. In quella prima lezione che è il discorso della montagna, Gesù infatti non afferma che per essere felici bisogna raggiungere uno scopo, ma dice che siamo già felici nel momento in cui prendiamo consapevolezza della condizione in cui ci troviamo. La felicità appare così come un’armonia tra ciò che si desidera e cioè che si è. Ciò non toglie la possibilità del cambiamento, ma questa mancanza non è percepita in maniera frustrante o come indispensabile. La felicità sa godere del prendete senza lamentarsi del passato e senza temere per il futuro. La felicità è quindi strettamente legata al modo in cui viviamo il presente: più fuggiamo dal presente, meno saremo felici, più abbiamo la capacità di stare dove la vita ci mette, più faremo esperienza della felicità.

Esercizio: prova a elencare le cose che ti rendono felice e verifica se in questo momento fanno parte della tua vita. Prova a vedere se sono tutte essenziali per essere felice. Verifica anche se quello che sei in questo momento può essere sufficiente per essere felice.