Aldo Moro. Politica come “orizzonte possibile”

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Aldo Moro. Ad InformAc, 40 anni dopo l’omicidio del grande statista, parliamo di politica come “orizzonte possibile”.

Il 16 marzo 1978, in Via Fani, le Brigate Rosse rapiscono il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, ed uccidono tutti i componenti della sua scorta. Dopo 55 giorni di terrore, che tengono con il fiato sospeso tutto il Paese per le sorti di Moro, il suo corpo viene trovato morto in via Caetani.

Si tratta senza dubbio di un evento tragico, che ha segnato un punto di svolta epocale per la storia d’Italia. È stata davvero la fine della possibilità di vedere la politica come la vedeva Paolo VI, «la forma più alta di carità»? Si è davvero chiusa del tutto la porta della “passione politica”, della vita spesa gratuitamente per il bene comune?

Ne parliamo con Marco Damilano, direttore de l’Espresso ed ex caporedattore di «Segno Sette», periodico dell’Azione Cattolica (oggi «Segno»), intervistato da Vittorio Sammarco. «Un atomo di verità. Aldo moro e la fine della politica in Italia» è il titolo del suo ultimo libro.

Ascolta l’intera puntata di InformAc andata in onda giovedì 10 maggio.

Marco Damilano, direttore de l’Espresso

Il sottotitolo del tuo libro sembra una condanna irreversibile per chi crede ancora nella politica. Con Aldo Moro muore la politica italiana: è davvero questa la situazione? «La politica non finisce mai, non finisce mai l’impegno, la passione, la voglia di partecipare alla costruzione del bene comune. Con Aldo Moro però finisce la “politica dei partiti”, che sono stati lo strumento privilegiato con cui i cittadini si sono avvicinati alle istituzioni politiche dopo secoli di separazione. Finita quella politica, definita la «Repubblica dei partiti» dallo storico Pietro Scoppola, l’Italia è entrata in una fase molto confusa da cui non siamo ancora usciti, e lo dimostrano anche le vicende di queste settimane. Quella “politica di partiti” non è stata sostituita da niente, quello che abbiamo vissuto è un “vuoto di politica”. La politica non finisce, ma può esserci una “politica del vuoto” che crea le premesse di rabbia e di frustrazione nella società».

Cosa dice al mondo cattolico di oggi la figura di questo grande statista? «Aldo Moro parlava, in suo scritto giovanile, del «principio di non appagamento» come base dell’ispirazione cristiana in politica, per avere sempre «fame e sete di giustizia», senza essere mai saziati e vivendo con cura questo grande destino. Tutti possono misurare la distanza di questa ispirazione dalla politica quotidiana che siamo abituati a conoscere. Eppure quell’ispirazione è ancora feconda».

Tu conosci bene l’Ac, perché parte della tua formazione viene anche da qui. Secondo te su quali aspetti del pensiero, dello spirito, dell’umanità di Aldo Moro bisogna puntare per trasmetterne i suoi valori e la sua testimonianza ai giovani di oggi? «Bisogna dire che vale la pena vivere “la più alta forma di carità” che è la politica. Anche se c’è qualcosa che va al di là della politica che, come scrive Moro in alcuni scritti giovanili, rischiamo di sprecare. Qualcosa come i sentimenti, le aspirazioni , la cultura, tutte dimensioni che si sono perse nel rapporto con la politica: politica che sembra aver smarrito ogni rapporto con altre dimensioni, che invece la arricchiscono e la rendono più profonda. Ecco tutto questo credo che faccia parte del bagaglio formativo dell’Azione Cattolica, dalla scelta religiosa di Vittorio Bachelet in poi. Credo che bisogna recuperare questo rapporto: da un lato la politica deve confrontarsi con una ispirazione più profonda, dall’altro chi fa formazione deve conoscere la dimensione della politica come “orizzonte possibile”».

VITA ASSOCIATIVA

Domenica 6 maggio, al parco Schuster, abbiamo vissuto la Giornata degli Incontri dal titolo «COReACore». Lorenzo Floris ha intervistato per noi David Lo Bascio, presidente del COR, Chiara Di Ianni responsabile dell’Acr di Roma, e Fabrizio Papa per il Csi.

A David chiediamo: in che modo «COReACore» può far bene alla Chiesa di Roma? «Può far bene nella misura in cui offre un segno di comunione, quello di due associazioni che hanno a cuore il bene dei ragazzi e condividono una passione ed uno stile educativo. Che si mettono insieme per organizzare un evento se vogliamo anche semplice, ma che, per essere realizzato, ha avuto bisogno di collaborazione e confronto».

Chiara come è stato pensare questo evento mettendo insieme due realtà simili ma che vivono la fede in maniera differente? «È stato stimolante, perché tante volte nelle associazioni siamo sempre tentati di vedere le cose come le facciamo noi e a rimanere nel nostro “orticello” invece questa è stata un’occasione bella per conoscere nuovi modi per “fare bene alla Chiesa di Roma”».

Come ha contribuito il Csi a questa festa? «Il Csi nasce dall’Ac – sottolinea Fabrizio – noi veniamo tutti dallo stesso ambito e tutti cerchiamo di educare i ragazzi nel cammino verso Gesù. Abbiamo portato la nostra esperienza e i nostri strumenti, mettendoci a servizio dell’evento».