Accogliere. Primo passo per costruire la pace

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È accogliere il verbo al centro del primo incontro de “Le parole della pace”

Primo dei tre incontri organizzati dal Servizio Pace e Mondialità della Caritas diocesana di Roma, l’approfondimento sul messaggio della Pace 2018 di papa Francesco dedicato a migranti e rifugiati. Una rassegna, quella de “Le parole della pace”, che toccherà tre verbi al centro del messaggio papale.

Si è partiti martedì 27 febbraio con il verbo accogliere, grazie all’appuntamento svoltosi presso il Centro di prima accoglienza per i minori non accompagnati di via Venafro.

Una sala piena di giovani che hanno ascoltato le storie e le testimonianze di altri coetanei, che a differenza di loro, si trovano in un paese straniero da soli e che hanno affrontato lunghi viaggi scappando da fame, povertà e guerre.

“Non si può accogliere se non si conosce” -, ha affermato mons. Ernico Feroci, direttore di Caritas Roma, aprendo l’incontro – è necessario avere un cuore aperto di fronte alla sofferenza, per non entrare dentro alla globalizzazione dell’indifferenza, come ci ricorda papa Francesco”. Mons. Feroci ha colto l’occasione anche per ricordare l’importanza del lavoro che viene svolto quotidianamente da operatori e volontari e di come un’opera di volontariato verso i più emarginati, aiuti a far sì che la “la sensibilità verso gli altri sia più forte”. Conclude citando il fondatore della Caritas diocesana di Roma, Don Luigi Di Liegro, morto nel 1997, che affermava come “in una città dove anche una sola persona sta meglio, è una città migliore”.

Ascolta l’intera puntata de “La Porta della Carità”, andata in onda venerdì 3 marzo. 

Il centro di via Venafro

Il centro che sorge in via Venafro 30, nel cuore di quello che veniva descritto da Pasolini come il Tiburtino terzo, è una realtà che accogliere 12 minori stranieri non accompagnati e li segue 24 ore su 24.

Adolescenti che arrivano da diverse parti del mondo, come Egitto, Afghanistan, Eritrea, Somalia e che vengono accolti da un team di dieci persone, tra direttore, operatori, psicologici e volontari. Un centro di prima accoglienza che spesso rimane la loro casa solo per pochi mesi, prima di raggiungere parenti, specialmente nel nord Europa, grazie agli accordi del programma europeo Relocation.

Quella di via Venafro è una delle tre strutture della Caritas diocesana che si occupano di accoglienza di minori stranieri. Si compone di un centro diurno e del centro di accoglienza, in cui i giovani, grazie a questa equipe multidisciplinare, seguono corsi che vanno dall’ alfabetizzazione alla serigrafia. Una casa che offre la possibilità non solo di accogliere, ma anche di vivere insieme, conoscersi, studiare, imparare un mestiere.

Enzo Timperi, direttore del centro di via Venafro

«Il nostro lavoro si basa sulla progettualità del minore -, ci spiega Enzo Timperi, direttore della struttura – al fine di portarlo ad una maggiore autonomia possibile. Inoltre cerchiamo di rispondere a tutti i loro bisogni, non solo quelli materiali, ma anche affettivi perché questi giovani lasciano la propria terra e familiari e come tutti noi hanno bisogno di ritrovare un legame affettivo e magari una identità nuova rispetto a quella che hanno lasciato».

Un lavoro basato al 50% sulla relazione affettiva, che spesso si scontra con i bisogni di questi ragazzi che oltre ad essere stranieri, lo ricordiamo sono anche adolescenti.

«Come centro Caritas crediamo molto nell’importanza di accogliere l’altro, lo straniero, il diverso -, prosegue Timperi – avendo ben presente che questo è un arricchimento per il nostro animo e la nostra professione. La nostra è una ricerca più umana e incentrata sull’educare la persona, cercando di capire che tipo di uomini e donne potranno essere questi giovani nel futuro».

La risposta del territorio

Una sfida per la Diocesi di Roma e la città tutta. Una città, che come dichiara Oliverio Bettinelli, responsabile del Servizio Pace e Mondialità di Caritas Roma «è meno cattiva di quello che sembra, vediamo nei meandri delle nostre comunità, c’è la voglia di reagire. Sembra più difficile, ma ci sono segnali di speranza molto interessanti». Ma anche un luogo, quello del centro di via Venafro «dove l’accogliere può trasformarsi in una esperienza positiva e concreta-, ribadisce Oliviero Bettinelli – senza illudersi perché ricordiamo che questi giovani essere posizionati in uno spazio intermedio e fanno i conti con un passato che hanno lasciato dei segni e un futuro tutto da costruire».

Una realtà dunque, quella del centro di prima accoglienza di via Venafro, che sorge in un quartiere già difficile, che soffre di mancanza di strutture e di lavoro e purtroppo «ci associano come coloro che vengono ad usurpare il territorio» -, ci spiega Timperi, raccontandoci delle difficoltà che incontrano quotidianamente nel quartiere. «Capiamo il disagio di queste persone, ma stiamo insieme a loro e rispondiamo con i nostri servizi».

Una esperienza di accoglienza che vuole lasciare un segno importante per costruire basi comuni, con «l’auspicio che un giorno le famiglie che vivono qui potranno usufruire dei nostri servizi o accogliere un nostro minore nelle loro abitazioni» ribadisce il direttore del centro. Una sfida dunque che mira ad una maggiore integrazione e un nuovo modello di vita.

«è importante gettare le basi per un modello nuovo di convivenza tra i diversi e soprattutto pensare che il mondo non è fatto solo per alcuni, con steccati e confini, ma tutto ciò viene abbattuto con un nuovo modo di stare insieme e di relazionarsi»

(Enzo timperi)

Il fenomeno dei minori migranti non accompagnati

Il giornalista Luca Attanasio

Un fenomeno in aumento, quello della migrazione dei minori che arrivano nel nostro paese da soli. Fenomeno solo rallentato nel 2017 grazie agli accordi che l’Italia ha firmato con la Libia, ma che nel 2016 ha toccato l’apice con 26 mila minori sbarcati nel nostro paese.

Nel 2016 infatti sono stati su 66 milioni i migranti forzati di cui il 51% era composto da minorenni. Un quadro che Luca Attanasio, giornalista esperto di migrazioni e ospite del primo incontro, conosce molto bene. «Tanti i motivi che spingono questi giovanissimi a partire» – ci racconta. «Spesso sono le famiglie che a causa di povertà estrema investono nel ragazzo più giovane con la speranza che poi le rimesse che manderà possano far vivere la famiglia in maniera dignitosa. Altre volte vengono venduti alle mafie transnazionali creando di conseguenza un forte indebitamento, che peserà per tutta la vita sul povero ragazzo, creando in lui non solo una grande oppressione, ma anche grossi problemi psicologici».

Testimonianze che Attanasio ha raccolto nel libro “Il Bagaglio” (Albeggi Editore, 2016), e che continua a raccogliere, narrando l’evolversi dei flussi migratori nel nostro paese, ma anche un volto diverso dell’immigrazione. «L’accoglienza buona fa la vera differenza –, prosegue Attanasio, che ha riportato la sua esperienza nel corso dell’incontro – perché dalle tante interviste che ho realizzato, più che un senso di tragedia è emerso un senso di bellezza, di grandi storie, con ragazzi onesti, puliti e pronti a tutti pur di trovare un posto nella società e dare un contributo alla nostra società molto positivo».

Prossimo incontro il 13 marzo con la parola proteggere.