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A te che sei mio fratello

Scritto da il 21 Giugno 2015

«Siamo tolleranti e civili, noi italiani, nei confronti di tutti i diversi. Neri, rossi, gialli. Specie quando si trovano lontano, a distanza telescopica da noi». Quel grande giornalista che era Indro Montanelli, quando i grandi fenomeni migratori che oggi interessano il nostro spicchio di mondo erano ancora di là da venire, così efficacemente e mirabilmente descriveva lo stato d’animo di molti di fronte all’arrivo dello straniero.

Parole volutamente provocatorie, che la realtà s’è incaricata tuttavia di confermare nella loro cruda realtà: esiste un pezzo di Italia, fortunatamente non maggioritario ma molto agguerrito, che di accoglienza e solidarietà proprio non vuol sentire parlare. Tanto che Papa Francesco, nell’appello lanciato ieri in occasione della Giornata mondiale dei rifugiati, ha invitato a chiedere «perdono per le persone e le istituzioni che chiudono le porte a questa gente che cerca una famiglia, che cerca di essere custodita».

Una riflessione giunta nei giorni tristi delle polemiche tra nazioni. Con la Francia che chiude le frontiere e carica i migranti in attesa ai valichi di frontiera, e l’Ungheria che annuncia l’imminente costruzione di un muro ai confini con la Serbia, per tenere lontani gli immigrati che intanto continuano ad arrivare in Europa spinti lontani dai loro Paesi d’origine dalla fame, dalle guerre, dalla pulizia etnica avviata, in diversi luoghi, anche per ragioni religiose.

«Preghiamo per tanti fratelli e sorelle – ha sottolineato il Santo Padre – che cercano rifugio lontano dalla loro terra, che cercano una casa dove poter vivere senza timore, perché siano sempre rispettati nella loro dignità». In coda l’auspicio acché  «la comunità internazionale agisca in maniera concorde ed efficace per prevenire le cause delle migrazioni forzate».

Uno sforzo necessario per un impegno doveroso. Invece, di fronte alle migliaia di uomini, donne e bambini che arrivano sulle coste italiane, ci si divide e ci si massacra di polemiche, dimenticando che anche gli italiani furono popolo di migranti come del resto Gesù, con Giuseppe e Maria rappresentato in marcia attraverso il deserto di Giuda per riparare in Egitto, lontano dall’incubo del potere sanguinario.

È la tragedia del nostro tempo, che però può diventare un’opportunità. Certo, accogliere non può significare spalancare le porte in maniera indiscriminata, magari lucrando su un sistema in cui troppi affaristi hanno fatto pecunia, bensì farlo nella certezza di uno Stato di diritto che abbia il coraggio di varare regole, valori, e fissi punti di incontro per dimostrare che la democrazia funziona meglio perché capace di accogliere quelli che fuggono e che proprio per questo è un valore. Vale allora, specie per i cristiani autentici, la lezione di don Lorenzo Milani: «Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri miei stranieri».

(da www.zenit.org – articolo di monsignor Vincenzo Bertolone)

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