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Divine presenze: 1981, così ebbe inizio

Scritto da il 13 Gennaio 2019

1981, anno ricco di eventi: dal fallito attentato a san Giovanni Paolo II, alla morte del giovane Alfredo Rampi, alle nozze di Diana e Carlo d’Inghilterra, ma soprattutto la prima apparizione a Medjugorje.

Chi di noi non ha pensato almeno una volta nella vita “Mi piacerebbe che Dio si manifestasse in maniera evidente al mondo, ci vorrebbe una presenza viva, forte, concreta…”. Certo, nella fede, abbiamo a nostro sostegno i Sacramenti, ma dov’è finito quel Dio potente, forte, vincente che troviamo in tanti maestosi e poetici passaggi dell’Antico Testamento o il Dio “popolare e umano” che ritroviamo nei Vangeli?

Sapete cosa penso? Che noi aspettiamo Dio dalla porta, mentre Lui entra nella nostra casa dalla finestra. E ci sorprende alle spalle e forse ci fa pure spaventare o magari lo scambiamo per un ladro o un impostore. Un Dio che non sa più come prenderci, come ricordare all’umanità di smetterla di prendersi troppo sul serio, che vuole scherzare con noi, che in fondo siamo le sue creature preferite, le uniche dotate di una intelligenza che ci permette di scherzare, di prenderci meno sul serio, di stare al gioco.

E se stessimo attendendo l’arrivo di Dio alla porta sbagliata… In fondo non è andata così anche duemila anni fa? Tutti aspettavano il Messia dalla porta sbagliata e poi arriva Gesù dall’entrata secondaria.

Se volete proveremo a fare un viaggio insieme, un percorso nella storia recente e nella geografia che non si studia sui banchi di scuola, alla ricerca di un Dio amante degli scherzi e delle sorprese, che ancora oggi si fa trovare, se lo vogliamo, dove noi non penseremmo mai di cercarlo.

1981: qualcuno potrebbe dire “io c’ero”. Si in effetti anch’io c’ero e avevo 11 anni (così potete anche ricavare la mia data di nascita, 1970). Un anno ricco di eventi, pieno di trasformazioni sociali e culturali. Quante attese in quei mitici anni ’80. In effetti possiamo dire a posteriori che molti dei traguardi raggiunti oggi vengono proprio dai quei mitici anni ’80 che abbiamo sempre un po’ criticato come gli anni dei fenomeni di massa.

Avevo 11 anni e certo non sono gli “undici anni” dei bambini di oggi: in televisione c’erano tre canali nazionali e qualche rete privata si affacciava e scompariva dopo un po’. Era tutto più semplice, da costruire e da inventare, come anche i giochi che facevamo con i nostri compagni. Ogni volta una sfida…

Me lo ricordo bene quel pomeriggio del 13 maggio 1981: mio padre irruppe nel salone di casa e mi intimò con le lacrime agli occhi di smettere di suonare il pianoforte. “Hanno sparato al Papa. Vieni a vedere in televisione”. Corsi a vedere una piazza san Pietro gremita di gente che si disperava. Per me, dalla mia casa di Taranto, sembrava lontana, dall’altra parte dell’Oceano.

Ma su quei volti c’era tutto lo sgomento di un popolo che si chiedeva se esistesse ancora un dio in questa società, qualcuno che ci potesse tirare fuori da una palude di rabbia e odio che non aveva più neanche il pudore di attraversare quella piazza, quel mistico recinto ovale del Colonnato, dove fino a quel momento nessuno si era spinto a violarla in quel modo.

Dio c’era quel giorno in piazza, eccome se c’era. Lo poté testimoniare lo stesso (oggi) San Giovanni Paolo II: “Una mano ha premuto il grilletto, un’altra mano materna ha deviato la traiettoria del proiettile. E il Papa agonizzante si è fermato sulla soglia della morte”. Giovanni Paolo II era convinto che era stata la Madonna a salvarlo.

Il 13 maggio è il giorno della prima apparizione della Vergine di Fatima nel 1917 ai pastorelli. Il sabato successivo, 16 maggio, il papa registrerà in sala di rianimazione al Policlinico Gemelli, la preghiera domenicale. La voce affaticata del Papa ferito viene diffusa domenica 17 maggio: “Prego per il fratello che mi ha colpito, al quale ho sinceramente perdonato. Unito a Cristo, sacerdote e vittima, offro le mie sofferenze per la Chiesa e il mondo”.

Così scoprimmo che complice degli scherzi di Dio all’umanità c’era persino Maria, la Sua creatura prediletta, la Madre del Salvatore. Certo, solo una donna poteva dare un piccolo strattone ad un altro suo figlio, un figlio particolare, dal nome fiabesco, Alì, ma che non usciva affatto da un libro di favole, ma piuttosto da un romanzo nero di trame internazionali.

(traduzione) Ho avuto pistole nella mia testa e non vogliono andare

Spiriti nella mia testa e non vogliono andare.

Sono stato a guardare le stelle stasera

E penso, oh, come mi manca quel sole luminoso

Sarò un sognatore fino al giorno della mia morte

Ma loro dicono, oh i buoni muoiono giovani

Ma noi siamo tutti strani

E forse non vogliamo cambiare

divine

Alfredino Rampi

Sempre in Italia, sempre nel 1981, giusto un mese dopo l’Italia si ferma per un bambino caduto in un pozzo in località Selvotta nella zona di Vermicino nei pressi di Roma. Quello che doveva essere un recupero abbastanza semplice si rivelò un incubo. 60 ore in cui l’Italia intera restò incollata alla televisione. Era l’Italia del laico e amatissimo presidente Sandro Pertini, il nonno d’Italia. Arrivò anche lui sul posto, insieme a tanta folla, quasi diecimila persone. Ma subito arrivarono anche venditori ambulanti di cibo e bevande e questo finì per rallentare la macchina dei soccorsi.

La folla, sempre la stessa, quella che impediva di portare i malati a Gesù, quella che costrinse gli amici a praticare un foro sul tetto della casa dove Gesù stava operando, perché calassero il malato con il lettuccio.

La folla, la stessa che ancora una volta chiese un segno dal Cielo, che voleva pane e pesce senza faticare.

Quel giorno però Dio restò in silenzio.

Dopo sessanta ore il giornalista Giancarlo Santalmassi durante l’edizione straordinaria del TG2 del 13 giugno 1981 si trovò a pronunciare quel verdetto che nessuno avrebbe mai voluto ascoltare: «Volevamo vedere un fatto di vita, e abbiamo visto un fatto di morte. Ci siamo arresi, abbiamo continuato fino all’ultimo. Ci domanderemo a lungo prossimamente a cosa è servito tutto questo, che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremmo ricordare, che cosa dovremo amare, che cosa dobbiamo odiare. È stata la registrazione di una sconfitta, purtroppo: 60 ore di lotta invano per Alfredo Rampi.»

Il corpo fu recuperato solo un mese dopo, l’undici luglio.

“Se tu fossi stato qui quando mio fratello Lazzaro stava male, non sarebbe morto!”. Già, proprio così, persino la tanto pratica Marta, sorella di Lazzaro e Maria, rimprovera a Gesù la distrazione di essersi attardato troppo, di non aver fatto niente per salvare quello che diceva essere “il suo migliore amico”.

Cosa c’è dietro tutto questo silenzio, Signore, perché quando serve non ci sei mai? Un bambino… cosa c’è di più innocente di un bambino…

Facciamoci passare un po’ di tristezza ricordando un’altra celebre diretta televisiva del 1981: stavolta siamo a Londra e il 29 luglio nella cattedrale di St. Paul si sposano Lady Diana Spencer e Carlo di Inghilterra. Nozze da favola e forse ogni tanto c’è bisogno di guardare oltre alle proprie miserie quotidiane. 2500 invitati, 600mila persone nelle strade di Londra ma soprattutto 750 milioni incollate davanti agli schermi di tutto il mondo per seguire la diretta: tutti incantati davanti a quella ragazza dal sorriso dolce che ad appena vent’anni sposava l’erede al trono di Inghilterra e lei che in mezzo a quella folla (la folla, sempre la stessa folla…) incrociò lo sguardo di chi prima o poi l’avrebbe tradita, la sua rivale Camilla, spingendola verso una solitudine che portò lei, la giovane principessa, alle soglie del suicidio.

Chissà se, qualche anno dopo, l’incontro con una donna, che era l’antitesi del volto principesco, quella Anjezë Gonxhe Bojaxhiu, che, detta così nessuno sa chi sia, ma che tutto il mondo conosce come Santa Teresa di Calcutta, non fu poi determinante a salvarla dal baratro.

Lady Diana il 19 febbraio 1992 si presentava al convento romano di Madre Teresa di Calcutta, in via Casilina 222. Trenta minuti di colloquio che cambiarono la vita della principessa. Nessuno saprà mai i dettagli della chiacchierata. L’unica cosa che trapelò è che si parlò di Dio, si parlò di Gesù.

(a riportare questo aneddoto è Luciano Regolo in L’ultimo segreto di Lady Diana” (edizioni San Paolo)).

Ha scritto l’ex consorella della santa: «Mi ritrovo a pensare ai loro abiti. Diana, naturalmente, era un’icona della moda. Madre Teresa, invece, era, anche secondo le proprie sorelle, notoriamente trascurata nel modo di vestire. La madre raramente portava il sari appuntato alto sulla spalla, e spesso le pendeva sbilenco attorno al viso, tutto strano agli angoli. Noi fummo grate quel mattino della visita di Diana alla Madre, che permise a suor Dorothy di darsi da fare con il suo sari in modo che fosse più presentabile. Anche se la visita di Diana, privata, e non annunciata pubblicamente, era programmata per le 14, i fotografi si accalcarono fuori dai cancelli del convento […], già prima dell’alba».

«[…] La Madre condusse Diana nella sua stanza, un piccolo ufficio-­camera da letto, appena fuori dall’edificio. Io aspettai all’esterno, sorvegliando la porta e sperando che queste due donne, così ricercate e ammirate, potessero trovare sollievo, l’una nella compagnia dell’altra. Parlarono per circa una trentina di minuti».

Ad un solo fotografo fu concessa l’autorizzazione da Madre Teresa ad entrare e immortalare per pochi attimi lo storico incontro. «Quando il fotografo se ne andò, la Madre mi disse che lei e Diana volevano “stare da sole con Gesù”. La madre condusse Diana lungo l’edificio. Secondo la nostra abitudine, entrambe si tolsero le scarpe prima di entrare nella cappella».

Più tardi, quando Diana era andata via, Madre Teresa, sorridendo, replicò ad una domanda curiosa: “Ma io non ho mai incontrato la principessa Diana”. «Per un attimo rimanemmo interdetti quasi a temere che stesse cominciando a soffrire di una qualche forma di amnesia».

Poi, lei riprese: “Non ho mai ricevuto la principessa Diana, ma l’infelice Diana, è una cosa molto diversa”.

1981

San Teresa da Calcutta

Madre Teresa aveva raccomandato infatti alla principessa: “Se vuoi salvare i tuoi figli fai conoscere loro la povertà, portali a dare affetto a chi è disperato, a chi soffre. Accompagnali sotto i ponti del Tamigi, dove dormono tanti senzatetto al freddo…”. Anche se di questo non se n’è mai avuto un riscontro diretto, qualcuno sostiene che Diana lo fece davvero, che portò i suoi figli sotto i ponti del Tamigi.

Madre Teresa, una delle poche donne al mondo che sapeva tenere testa alle “divine presenze”.

Quante cose ancora potremmo ricordare di quel 1981 ma la nostra trasmissione non ha certo come intenzione di raccontare la storia, non ne sarei nemmeno in grado, per questo lascio il posto a gente certamente più preparata di me, ma vogliamo raccontare “quella storia” quella della porta di servizio e proprio nel 1981 si consuma uno delle più grandi “divine presenze” che mai si era verificata fino a quel momento. Dobbiamo fare un piccolo spostamento, davvero piccolo, sulla carta geografica rispetto all’Italia, ma molto più significativo dal punto di vista socio-politico.

È solo una strana coincidenza ma ho un ricordo d’infanzia anche di questa regione che stiamo a descrivere. Sono campeggiatore per turismo sin da piccolo e quell’anno la mia famiglia (a dire il vero mio padre, io e mio fratello eravamo troppo piccoli per decidere e mia madre, ovviamente subiva) decise che ci saremmo avventurati ad andare in vacanza in Grecia. Era il 1979. Due anni prima insomma dei fatti che stiamo per raccontare. Prendemmo un traghetto da Bari che ci lasciò a Dubrovnik e con una pesantissima roulotte di sei metri a rimorchio, attraversammo la Jugoslavia costeggiando il confine con l’Albania su strade sterrate e tra mille disavventure,  per arrivare prima a Skopie e infine a Salonicco. Ricordo bene cos’era la Jugoslavia di Tito, come cartoline in bianco e nero di una povertà assoluta. Mai visto tante mosche sulla carne in vendita nei mercati, esposta al pubblico su banconi di legno e venduta a pezzi interi (altro che controfiletto…) e tanti, tantissimi pomodori e cetrioli lunghi di un verde sbiadito.

La domenica mattina fummo svegliati dai suoni di una campana smorta. Cielo grigio in piena estate e gente che si recava al cimitero a portare cuscini di fiori che mi sembravano messi sottovuoto per com’erano compatti. Difficile capire che tipo di fede ci potesse essere in un posto come quello, non si sa nemmeno come facessero a vivere in una sorta di prigionia culturale in cui io, bambino di quasi dieci anni, mi sentivo come un laureato ad Oxford, solo perché evidentemente in quel villaggio gran parte della gente non sapeva né leggere né scrivere.

Proprio in queste zone, un po’ più a nord, due anni dopo, precisamente il 24 giugno del 1981 un gruppetto di ragazzi dell’Erzegovina vivono un’esperienza che a tutt’oggi (almeno per qualcuno di loro) sembra non essersi ancora conclusa.

Così racconterà qualche anno dopo una timidissima Marja Pavlovic, una delle ragazze presenti a quella stravagante e nuova “divina presenza”:

divine

Chiesa San Giacomo Medjugorje

“Verso le quattro del pomeriggio del 24 giugno 1981 due ragazze amiche, Ivanka e Mirjana, erano andate sul Podbrdo ai piedi del monte Crnica una località che sta qui sopra le nostre case. a pascolare le pecore. improvvisamente videro dei lampi. Guardarono il cielo ma, era limpido. Neppure l’ombra di una nube. Dopo qualche attimo ancora dei lampi fortissimi. Alzarono di nuovo lo sguardo verso il cielo. “Guarda Mirjana c’e la Madonna”. disse Ivanka indicando con la mano la montagna. “Quale Madonna?!”. replicò Mirjana ridendo. Guardò anche lei nella direzione indicata da Ivanka e nel cielo, vide una misteriosa immagine che emanava una luce accecante. Le due ragazze rimasero un attimo attonite e poi scapparono di corsa spaventate. «Arrivarono trafelate qui, nella nostra contrada. Incontrarono altri ragazzi e ragazze, loro amici, e raccontarono quello che avevano visto. Gli amici le presero in giro. ma poi vollero tornare con loro sulla collina per controllare se la misteriosa immagine fosse ancora là. Arrivarono sul Podbrdo e la Madonna era là. Un’immagine bellissima, che irradiava una luce intensa. La videro tutti. Restarono fermi per qualche secondo e poi di nuovo via di corsa, giù per la collina, scappando impauriti. Io, quel pomeriggio, ero andata a festeggiare l’onomastico di un mio amico, in un paese vicino. Quando, la sera, tornai a casa trovai una grande confusione. Tutti parlavano di quello che i ragazzi e le ragazze avevano raccontato.

Molti non credevano, ridevano sulla vicenda, ma qualcuno si domandava perché mai quei ragazzi e quelle ragazze avrebbero dovuto inventarsi una cosa del genere. Nel gruppo di coloro che avevano visto la Madonna c’era anche mia sorella, Milka, che aveva allora tredici anni. Una ragazza che non sapeva dire le bugie. Perciò il suo racconto mi impressionò molto. Nella mia mente si affacciavano mille domande. Mi chiedevo perché la Madonna fosse apparsa proprio a quei ragazzi. Qui, nel nostro paese, la gente è sempre stata cattolica. Anche quando il comunismo osteggiava la religione.

Noi ragazzi andavamo a Messa, come ci avevano insegnato i nostri genitori, ma nessuno di noi era così buono ed esemplare da meritare di vedere la Madonna.

Quella sera, quando andai a dormire, ero molto agitata. Continuavo a pensare a mia sorella e non riuscivo a prendere sonno.

Il giorno dopo tutto il paese parlava della vicenda. Molti si recarono sul Podbrdo a controllare se c’erano tracce di quanto era accaduto. Nel pomeriggio, all’ora precisa in cui il giorno prima avevano avuto l’apparizione, Ivanka e Mirjana sentirono un fortissimo desiderio di tornare suI Podbrdo. Non potevano resistere a quel richiamo. Si consultarono e decisero di andare. Avvertirono i loro familiari e andarono a chiamare gli altri ragazzi e le ragazze che avevano assistito all’apparizione. Vennero qui, a casa mia, a cercare mia sorella Milka, ma lei era andata a lavorare con i miei genitori nei campi. “Vieni tu”, mi dissero e io accettai. Non pensavo certo di poter vedere la Madonna. Andavo per curiosità. Con noi vennero diversi parenti e curiosi. Arrivati nella zona dove il giorno prima si era verificata l’apparizione, ci fermammo a guardare il cielo. Improvvisamente tutti vedemmo dei fortissimi lampi. Anche gli adulti li videro. Ivanka e Mirjana dissero: “Ecco, anche ieri è cominciato così”. Poi, come per incanto, sulla cima della collina apparve una nube bianca e dentro la nube una immagine bellissima, piena di luce. La vedevo benissimo anch’io. Era molto lontana da noi, forse un chilometro e anche più, ma avevo l’impressione che quella persona mi fosse vicina. La vedevo come se guardassi con un binocolo. Rapita dalla bellezza di quell’immagine, caddi in ginocchio insieme alle altre ragazze e ai ragazzi che vedevano quello che vedevo io. La Madonna ci fece un gesto con la mano come per invitarci a raggiungerla. Ma nessuno di noi si mosse. Avevamo paura. Ci consultammo e decidemmo di non andare. La Madonna attese un poco e poi ripeté il gesto d’invito. Allora ci alzammo e cominciammo a camminare verso la cima della collina. Il luogo è tutto sassi, cespugli intricati e rovi, non esistevano sentieri. Camminare era un’impresa. Noi eravamo scalzi.

Eppure, rapiti dalla visione, correvamo senza sentire i sassi aguzzi o le spine. Dietro di noi c’erano i nostri parenti e i curiosi. Alcuni uomini ci hanno poi raccontato che loro, adulti, molto più robusti di noi e con le scarpe ai piedi, non riuscivano a tenerci dietro. Arrivati sulla collina, ci avvicinammo titubanti alla immagine che stava sempre là, ferma, bellissima e ci sorrideva invitante. Quando fummo a pochi passi ci inginocchiammo. “Sia lodato Gesù Cristo” – disse con voce soavissima la Madonna. Restammo lì, fermi, timidi.
Io ero molto emozionata, sudavo, avevo le gambe che mi tremavano e forse anche piangevo. La Madonna ci raccomandò di pregare e poi si accomiatò dicendo: “Arrivederci, angeli miei, andate nella pace di Dio”, e scomparve. Tra tutte le persone presenti suI Podbrdo quel giorno, solo in sei vedemmo la Madonna: Ivanka, Mjrjana, Ivan, Jakov, Vicka e io. Da allora noi sei abbiamo continuato a vederla tutti i giorni. Mia sorella, che quel giorno non ha potuto andare all’appuntamento, non ha più avuto la fortuna di vedere la Vergine.
Io, Marja, avevo sedici anni, Ivanka ne aveva quindici, Vicka diciassette, Mirjana sedici, Ivan anche lui sedici e Jakov dieci”.

Dieci anni, praticamente la mia stessa età, solo qualche mese di differenza con Jakov, 430 km in linea d’aria da Taranto, meno di quanto dista Taranto da Roma, mondi lontanissimi e stili di vita senza possibilità di confronto.

Io, il promettente studente modello, formato alla migliore scuola farisaica del sud, quel pomeriggio, al posto di Jacov, avrei continuato a fare i compiti ed esercitarmi al pianoforte, troppo preso dal senso del dovere.

Ne sono certo, sarebbe andata così, almeno fino a quando ciò che doveva accadere, sarebbe accaduto…

 

 


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